Ritratti Sportivi: THIERRY HENRY, IL POETA DELL’AREA DI RIGORE

Uno scatto felino, un tocco di classe, una visione tutta sua del calcio. Thierry Henry è stato molto più di un attaccante: è stato una firma d’autore per il gioco più bello del mondo.

Per raccontare la storia di Thierry Daniel Henry dobbiamo partire da Les Ulis, un sobborgo a sud di Parigi. È lì che nel 1977 nasce il piccolo Thierry, figlio di immigrati delle Antille. Quartieri duri, ma pieni di palloni e sogni.

A 13 anni è già nei radar di mezza Francia e a soli 17 debutta tra i professionisti con il Monaco, lanciato da Arsène Wenger, l’uomo che più di ogni altro segnerà la sua carriera.
Dopo aver fatto intravedere il suo talento in Ligue 1, Henry si ritrova convocato nella nazionale francese che vince il Mondiale del 1998. Ha solo 20 anni, segna tre gol, e anche se non è ancora un titolare inamovibile, il suo nome inizia a farsi conoscere in tutta Europa.

Nel 1999 passa alla Juventus, ma con la Vecchia Signora non è amore. Gioca esterno, fatica ad adattarsi alla Serie A, e dopo soli sei mesi vola a Londra, all’Arsenal, richiamato proprio da Wenger. È la svolta.

All’Arsenal, Thierry Henry si reinventa: da ala veloce a centravanti totale, capace di segnare in qualsiasi modo. Non è un “nove” classico, né un “dieci” tradizionale. È Thierry Henry: imprendibile in campo aperto, devastante nei movimenti, elegante come un ballerino e letale come un cecchino. Gol di destro, di sinistro, di tacco, in slalom. Fa poesia in mezzo al caos.

Tra il 1999 e il 2007 diventa il miglior marcatore nella storia dell’Arsenal con 228 gol, guida i Gunners alla Premier League 2003-2004, quella degli “Invincibili”, che chiudono il campionato senza mai perdere. Una squadra mitica, scolpita nella memoria di ogni appassionato.

Eppure, manca qualcosa: la Champions League. Nel 2006 ci va vicino, ma perde la finale con il Barcellona. Ed è proprio al Barça che si trasferisce un anno dopo, nel 2007. In Catalogna si mette al servizio di una squadra già in costruzione, che nel 2009, sotto Pep Guardiola, diventa leggenda: Triplete (Liga, Coppa del Re e Champions League), con Henry tra i protagonisti.

Chiude la carriera in MLS con i New York Red Bulls, portando classe ed esperienza anche oltre oceano. Ma la sua vera eredità è nel modo in cui ha cambiato il ruolo dell’attaccante moderno.

Con la nazionale francese, oltre al Mondiale ’98, vince l’Europeo nel 2000 e diventa il miglior marcatore di sempre dei Bleus (prima di essere superato da Giroud). Resta però anche legato a un’ombra: il famoso “mani-gol” contro l’Irlanda nel 2009, che qualifica la Francia ai Mondiali ma solleva enormi polemiche.

Dopo il ritiro, Henry intraprende la carriera da commentatore, poi da allenatore: esperienze altalenanti con il Monaco e il Montreal Impact, ma sempre con lo stesso stile diretto, analitico, appassionato.

Il calcio di Henry era arte applicata alla velocità. Era spontaneità, creatività e istinto, in un’epoca che stava cominciando a essere dominata dal tatticismo esasperato.
Non è mai stato il più amato dagli addetti ai lavori o da chi assegna i premi individuali, ma per chi ha visto giocare Thierry Henry, la classe ha avuto un volto preciso: il suo.

Stefano Villa – reporter cooperator

Rispondi