La storia delle prime donne alla Maratona di Boston è un crocevia fondamentale della storia sportiva femminile.
Negli anni ’60, lo sport americano, come molti altri ambiti della società, era ancora fortemente dominato da pregiudizi di genere. Una delle convinzioni più diffuse ai tempi era che le donne non fossero fisicamente in grado di sostenere sforzi prolungati, come quelli richiesti da una maratona.
La Maratona di Boston, una delle più antiche e prestigiose al mondo, rifletteva perfettamente questo atteggiamento discriminatorio: la partecipazione era ufficialmente riservata agli uomini.
Nel 1966 Bobbi Gibb, una donna di Cambridge, Massachusetts, decise di sfidare questo divieto.
Dopo aver chiesto ufficialmente di iscriversi alla maratona, ricevette un rifiuto con la motivazione che “le donne non sono fisicamente in grado di correre 42 chilometri”. Bobbi non si arrese. Nascosta dietro un cespuglio vicino alla linea di partenza, indossando gli abiti del fratello per non destare sospetti, si unì alla corsa poco dopo il via ufficiale. Riuscì a completare l’intero percorso, dimostrando non solo che una donna poteva correre la maratona, ma anche che poteva farlo senza alcun pericolo per la salute.
L’anno successivo un’altra donna, la ventenne Kathrine Switzer, riuscì a iscriversi ufficialmente alla maratona, sfruttando una scappatoia nel regolamento.
Si registrò con le iniziali “K. V. Switzer”, evitando di far trapelare il proprio genere. Quando il giudice di gara Jock Semple si accorse che una donna stava partecipando, cercò di strapparle di dosso il pettorale (il famoso numero 261) durante la corsa, in un gesto che fu immortalato da una celebre fotografia che fece il giro del mondo.
Fortunatamente, Switzer riuscì a completare la gara in 4 ore e 21 minuti, protetta dal suo fidanzato e da altri corridori.
L’impatto mediatico dell’episodio fu enorme. La fotografia dell’aggressione e la determinazione di Kathrine divennero un simbolo della lotta per i diritti delle donne nello sport. Non si trattava più soltanto di correre una maratona, ma di rivendicare il diritto all’uguaglianza, alla libertà di scelta e alla partecipazione. La pressione pubblica crebbe, e nel 1972 la Boston Marathon aprì ufficialmente la gara anche alle donne.
Fu un passo epocale non solo per il mondo della corsa, ma per l’intero movimento femminista internazionale.
Oggi il pettorale 261 è diventato un simbolo. Kathrine Switzer ha fondato la “261 Fearless Foundation”, una rete globale che incoraggia le donne a trovare forza e fiducia attraverso lo sport. La sua storia continua a ispirare atlete e attiviste in tutto il mondo.
Le storie di Bobbi Gibb e Kathrine Switzer ci ricordano che ogni progresso nasce da un atto di coraggio. Correre una maratona, per loro, non fu solo una sfida fisica, ma una forma di resistenza, un messaggio chiaro alla società: le donne possono tutto, anche ciò che è stato loro negato per secoli.
Oggi, grazie al loro esempio, migliaia di donne possono correre libere in tutto il mondo. E per questo dobbiamo ringraziarle.
Stefano Villa – reporter cooperator
L’opinione sportiva: QUANDO CORRERE ERA UN ATTO DI RIBELLIONE
