Qualche volta mi tornano in mente quelle domeniche assolate d’estate quando in compagnia dei genitori e di altre famiglie ( di solito i vicini di casa) ci avviavamo in gruppo già di buon mattino verso i prati fuori Torino forniti di vettovaglie, coperte da appoggiare sull’erba , palloni per i ragazzi e cerchi da ginnasta per le ragazze.
Ricordo ancora quanta gioia provavo all’idea di evadere per qualche ora dalle atmosfere industriali della Torino operaia degli anni 60. Come era gradevole quella cotoletta alla milanese, le immancabili melanzane alla parmigiana, i budini caserecci! La cinquecento ci attendeva poco distante, in strada, pulita il giorno prima per l’occasione. Mio padre la controllava a vista perché quella macchina, la sua prima macchina, era una sorta di feticcio capace di riscattare la sua gioventù fatta di guerra e di prigionia pesante in un campo di concentramento. Mia madre insieme con le altri madri sorvegliava le partite di calcio, attenta al sudore sempre in agguato e pronta con cotone e acqua ossigenata alla bisogna nel caso di incidenti di gioco.

Pomeriggi interi in enormi prati puntinati peraltro da altre famiglie,
altri bambini, altri padri orgogliosi dell’auto e madri apprensive.
Il viaggio. Ci si spostava di pochi chilometri dalla città eppure quella
strada sembrava lunga, avventurosa, impervia. Io stipato sul sedile
posteriore insieme alle vettovaglie perché il bagagliaio di fatto non
esisteva. Mio padre attento a ogni rumore sospetto dell’auto, preoccupato a ogni buca del terreno, teso a non superare mai la velocità consentita non tanto dalle regole stradali quanto dal buon senso per una vettura con molte limitazioni. Mia madre che ogni momento ripeteva di non accelerare, di osservare bene gli incroci, di usare la freccia. Poi il viaggio di ritorno, un poco storditi da una giornata trascorsa sotto il sole. Da qualche bicchiere di troppo e dalle continue chiacchere spese sull’erba a raccontare di avventure, di sogni ed anche della guerra che molti dei padri avevano fatto. Erano pomeriggi banali, quasi monotoni, per nulla avvincenti.
Eppure perché alla fine della giornata ci sentivamo appagati ? Tutti più amici e più convinti che valesse la pena di vivere quella vita che era fatta di nulla. Assaporando la cucina “gourmet” della mamma fatta di fritti e melanzane alla parmigiana ma buonissima e certamente dietetica.
Pensando con piacere alla prossima volta che avremmo ripetuto quella bellissima esperienza.
In fondo noi, la generazione del boom economico, sapevamo come
accontentarci e soprattutto come gioire di quello che possedevamo.
