#storia&viaggi. La conquista degli Ottomila: alpinismo, scienza e gara tra nazioni del professor Giulio Pavignano

Primi furono i francesi, che il 3 giugno 1950 piantarono il tricolore sull’Annapurna. Poi Edmund Hillary e lo sherpa Tenzing Norgay il 29 maggio 1953 vinsero l’Everest e portarono sul tetto del mondo il vessillo della Nuova Zelanda e di sua Maestà la regina del Commonwealth. Sulla scia di queste due prime conquiste, negli anni seguenti scalatori austriaci, svizzeri, statunitensi, cinesi e di tante altre nazioni si lanciarono alla conquista degli Ottomila, in una sfida tra nazioni in cui, all’indomani dell’immane tragedia bellica che aveva sedimentato rancori e fortissime pulsioni di rivincita, l’orgoglio e il desiderio di primato giocarono un ruolo determinante.

Com’è noto, sulla Terra ci sono soltanto 14 vette che superano gli 8000 metri di altezza, e si trovano tutte in Asia centrale, nelle catene di Himalaya e Karakorum. Il freddo, la rarefazione dell’aria, le lunghe marce di avvicinamento- oltre naturalmente alle difficoltà alpinistiche in senso stretto- rendevano la conquista di quelle montagne un’impresa improba e quasi eroica, in cui alle qualità alpinistiche andava affiancata la capacità di sfruttare tutte le nuove acquisizioni della tecnologia: dai materiali adatti per attrezzature ed indumenti ad alta quota alle bombole d’ossigeno, dalle trasmissioni radio alla scelta della corretta alimentazione. Per tutto questo, il successo di una spedizione non si configura più soltanto come una straordinaria prova di valore degli alpinisti vincitori, ma diventa il trionfo di tutta la nazione, che nella sfida all’Himalaya mette in gioco il proprio progresso scientifico e le proprie capacità organizzative. Non mancano le vittime: alla causa degli Ottomila i primi scalatori dell’Annapurna pagano il pegno di arti congelati ed amputati, ma molti altri ci rimettono la vita.

Com’è noto, anche gli italiani in questa vicenda ebbero la propria pagina di gloria, con la conquista del K2, seconda vetta del pianeta (31 luglio ’54: un anno dopo l’Everest di Hillary). L’impresa sarà in parte oscurata nei decenni successivi da polemiche e processi in tribunale (esempio di una certa inguaribile propensione italiana all’autolesionismo), finchè a distanza di quasi mezzo secolo verrà ristabilita la verità, riconoscendo il ruolo fondamentale svolto da Bonatti e l’inconsistenza delle accuse mosse nei suoi confronti.

La grande stagione delle scalate himalayane ha avuto molteplici conseguenze: ne indichiamo due. La prima, positiva, è stato l’impegno di tanti scalatori -purtroppo non tutti- nei confronti delle popolazioni locali, gli sherpa nepalesi come i balti e gli hunza del Pakistan: popoli fieri e dignitosi da cui provengono generazioni di portatori pronti ad ogni fatica, capaci di conquistarsi il rispetto e l’amicizia di alpinisti più o meno famosi. Nei villaggi sono state costruite scuole, presidi medici, impianti per l’acqua potabile per rendere meno difficoltosa l’esistenza in contrade dove le condizioni di vita sono estreme per buona parte dell’anno. La seconda conseguenza, molto meno apprezzabile, è lo sviluppo delle cosiddette spedizioni commerciali: eventi che di alpinistico hanno ben poco, in cui clienti facoltosi pagano profumatamente per essere in pratica trasportati dalle guide su cime che da soli non raggiungerebbero mai, e che non di rado hanno un impatto assai negativo dal punto di vista ambientale.



Pubblicato da Emanuele Dondolin

Direttore Responsabile ed Editoriale di Contg.News Iscritto all'Ordine dei Giornalisti Pubblici

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