Né tre né Re: i magi oltre il mito di Giulio Pavignano. Foto Copertina: Presepe Vivente filippino .

Il racconto, più o meno, è noto a tutti: i tre Re Magi vedono in cielo una meravigliosa e misteriosa stella e sentono l’impulso irresistibile di seguirla. Giungono a Gerusalemme, il re Erode li invia a Betlemme, dove trovano Gesù Bambino: gli offrono in dono oro, incenso e mirra, poi ingannando Erode tornano a casa per un’altra via.



Il Vangelo di Matteo, dal cui secondo capitolo è tratto il racconto, in realtà non dice affatto che fossero re, e nemmeno che fossero tre (dice “alcuni”: il numero tre è stato fissato in rapporto ai tre doni). La fantasia di evangelisti apocrifi, commentatori e Padri della Chiesa si è sbizzarrita su questo scarno testo, giungendo alle ipotesi e conclusioni più diverse: chi li dice originari della Caldea, chi dell’Arabia; chi li ritiene seguaci di Zarathustra, chi suoi avversari; secondo alcuni sarebbero stati “adoratori del fuoco e delle stelle”, secondo altri erano sacerdoti di un culto, il mazdeismo, che in certe sue correnti  attendeva l’arrivo di un Salvatore nato da una vergine e portatore di vita e resurrezione. Ovviamente, personaggi così intriganti non possono restare anonimi, per cui la tradizione- appoggiandosi a quanto pare ad un testo armeno- ne fissa i nomi in Melchior,  vecchio e canuto, Caspar, giovane imberbe, Balthasar, di mezza età e scuro in volto.



La tendenza tipica dell’età antica e medievale ad interpretare in senso allegorico ogni racconto e ogni personaggio ha trovato, com’è facile immaginare, terreno fertile in una vicenda dai contorni tanto indefiniti: e così i Magi sono divenuti, di volta in volta, simboli dei tre figli di Noè, dei tre continenti conosciuti  e dei loro rispettivi popoli (ecco perché sono raffigurati uno bianco, uno nero ed uno con tratti orientali), delle tre età della vita, o ancora del passato, del presente e del futuro. Sui tre doni, invece, la lettura allegorica è stata più uniforme: l’oro omaggia la regalità di Cristo, l’incenso ne proclama la divinità e la mirra, unguento usato nelle sepoltura, ne prefigura la passione e morte.

La fama dei Magi e la devozione nei loro confronti è stata enormemente accresciuta da una vicenda avvenuta nel secolo XII: per ordine dell’imperatore Federico Barbarossa, le presunte reliquie dei Magi furono traslate dalla chiesa di sant’Eustorgio, a Milano, al Duomo di Colonia, con un corteo che fece epoca e lasciò segni durevoli nella religiosità dei luoghi attraversati. Ancora oggi, una preziosa arca contiene le reliquie nella cattedrale della città tedesca, in perenne omaggio ai primi veri adoratori di Gesù.

Ma alla fine, chi erano davvero i Magi? Gli studi moderni vedono in essi dei “sapienti” legati a culti diffusi forse nell’area iranica: un po’ sacerdoti, un po’ maghi e profeti, un po’ esperti di astrologia (non hanno forse seguito la stella?). Una visione certo meno affascinante, ma probabilmente più in linea con il sobrio testo di Matteo, il cui senso generale è invece chiarissimo: quel bambino è il Signore del mondo, e se vengono a cercarlo da così lontano, è perché in tutto il mondo verrà adorato; e come c’è chi lo cerca per prostrarsi a lui, c’è chi lo cerca per eliminarlo, perché la Sua venuta contrasta con gli ambiziosi  piani dei potenti della Terra.

Pubblicato da Emanuele Dondolin

Direttore Responsabile ed Editoriale di Contg.News Iscritto all'Ordine dei Giornalisti Pubblici

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