#costume&società. Avere tutto non ci basta più. Il consumismo uccide la socialità e le amicizie.

Viviamo in un Paese che ha mille difetti ma che è indubbiamente ancora molto ricco. Abbiamo tutto e avere tutto ci porta ad avere, scusate il gioco di parole, bisogno di nuovi bisogni. Quest’ultimi fino a qualche anno fa non erano nemmeno concepibili nella mente della stragrande maggioranza delle persone eppure oggi non possiamo più rinunciare a certe comodità. Il consumismo non riguarda solo la disponibilità di una serie di beni infiniti ma anche la loro reperibilità. Infatti si può stare comodamente sul proprio divano con il proprio telefono e ordinare comodamente quello che si vuole, potendo anche richiedere che quanto prescelto arrivi
in tempi celeri. Con due semplici click compriamo e aspettiamo con ansia di vedere arrivare il furgone con la nostra merce richiesta. Il problema è che in qualche magazzino ci sono lavoratori stremati e che fanno turni massacranti per soddisfare la nostra sete di comodità. Alle volte siamo consapevoli di quanto accade in questi luoghi di lavoro forsennato e siamo anche consapevoli di cosa devono accettare i dipendenti pur di portare a casa uno stipendio, quasi mai adeguato. Tuttavia chiudiamo gli occhi e non ci pensiamo o facciamo finta di non sapere. Capita allora che ci si arrabbi per un ritardo nella consegna o per la non conformità del
prodotto ai nostri standard. Questa è la nostra società dove il consumismo dilagante ci sta togliendo tutto dall’empatia alla socialità, danneggiando finanche la nostra economia e, paradossalmente il nostro benessere. Molte aziende hanno abbandonato la qualità in favore della quantità e alcuni prodotti tipici si stanno
perdendo perché la loro corretta produzione è incompatibile con la domanda del mercato e con la concorrenza spietata che punta tutto ad abbassare i costi. I grandi centri commerciali hanno letteralmente
ucciso molte piccole attività, botteghe storiche luoghi dove intere generazioni si sono ritrovate dove l’esercente l’attività non era solo un venditore ma anche un amico hanno lasciato il posto a supermercati
dove siamo gocce di un oceano e non più persone, con le nostre specificità con i nostri pregi e con i nostri difetti, ma solamente parte di una folla che può fare a meno di noi. La domanda che sorge spontanea è se
tutto questo sia effettivamente benessere o sintomo di un malessere che ha colpito tutti noi indistintamente.

Marco Lamantia-Redazione

Pubblicato da Emanuele Dondolin

Direttore Responsabile ed Editoriale di Contg.News Iscritto all'Ordine dei Giornalisti Pubblici

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