Un capitolo durato solo tre gare, ma comunque importante per la storia del basket italiano che ha potuto ospitare un campione come Spud Webb.
Quando nel dicembre 1996 la Pallacanestro Verona annunciò l’ingaggio di Anthony Jerome Webb, per tutti Spud, la notizia fece rapidamente il giro del basket italiano ed europeo. Non arrivava semplicemente un nuovo straniero di talento: sbarcava in Serie A uno dei simboli più iconici dell’NBA, l’uomo che aveva riscritto l’immaginario del basket moderno dimostrando che anche un giocatore di appena 170 centimetri poteva volare più in alto di tutti.
Spud Webb non era un giocatore qualunque. Vincitore della gara delle schiacciate NBA del 1986 e protagonista di una lunga carriera tra Atlanta Hawks, Sacramento Kings e Minnesota Timberwolves, rappresentava l’essenza della spettacolarità anni Ottanta: velocità, creatività, coraggio.
Il suo arrivo a Verona fu percepito come un evento culturale prima ancora che sportivo, capace di avvicinare nuovi appassionati e accendere i riflettori sul campionato italiano.
A Verona Spud Webb non fu soltanto un’operazione di marketing, almeno nelle idee societarie. Il campo però disse altro.
Solo tre partite giocate a 12,7 punti di media prima di essere svincolato a causa di un infortunio, dei problemi di ambientamento al nuovo paese e di una condizione fisica tutt’altro che accettabile che portarono al suo ritorno in NBA agli Orlando Magic.
Si chiuse in maniera negativa questa parentesi italiana di un giocatore che ha segnato la storia della NBA e che ha ridefinito i limiti fisici del gioco.
Stefano Villa – reporter cooperator
