IL LEGAME TRA MASSERANO, I PRINCIPI FERRERO FIESCHI, MARADONA E I MONDIALI DI CALCIO

Masserano e Atlanta. Due luoghi separati da migliaia di chilometri e da più di due secoli di storia, eppure uniti da un filo invisibile ma incredibilmente robusto. Stasera, quando Argentina e Inghilterra scenderanno in campo per contendersi un posto nella finalissima della Coppa del Mondo 2026, sul terreno di gioco si rincorreranno non solo ventidue calciatori, ma i fantasmi di una disputa diplomatica, coloniale e militare che ha mosso i suoi primi passi proprio tra le colline del Biellese.

Per capire come la diplomazia del Settecento si colleghi a Diego Armando Maradona e alla sfida di stasera, bisogna riavvolgere il nastro fino al 1770. In quel periodo, Spagna e Gran Bretagna sono a un passo dalla guerra dopo che i soldati spagnoli hanno cacciato con la forza gli inglesi da Port Egmont, sulle isole Falkland, che gli ispanici chiamano Malvinas.

Per sbrogliare una matassa diplomatica intricatissima e scongiurare il conflitto, entra in scena Vittorio Filippo Ferrero-Fieschi, sesto Principe di Masserano e ambasciatore straordinario del Regno di Spagna a Londra.

Il Principe di Masserano compie un autentico capolavoro negoziale firmando la Dichiarazione Masserano-Rochford il 22 gennaio 1771. Con grande astuzia, acconsente a restituire temporaneamente il porto ai britannici per salvare la pace immediata, ma inserisce una clausola fondamentale: la restituzione non deve in alcun modo pregiudicare la questione della sovranità anteriore sulle isole. In questo modo, il diplomatico biellese congela la disputa, blindando di fatto la futura rivendicazione territoriale che l’Argentina erediterà una volta ottenuta l’indipendenza dalla Spagna.

Quella riserva di sovranità è la stessa che, centocinquant’anni dopo, l’Argentina utilizzerà come base giuridica per contestare l’occupazione inglese del 1833 e che, nel 1982, spingerà la giunta militare di Buenos Aires a tentare l’invasione delle isole. La reazione del governo di Margaret Thatcher darà il via a un conflitto breve ma sanguinoso, che lascerà una ferita profonda e mai del tutto rimarginata nell’orgoglio dei due popoli.

Ed è qui che la geopolitica si trasforma in epica sportiva. Nel 1986, appena quattro anni dopo la fine delle ostilità, le due nazionali si incrociano sul campo di Città del Messico. Diego Armando Maradona trasforma quella partita in un riscatto morale per i giovani soldati caduti nelle isole del sud. In una manciata di minuti, il fuoriclasse argentino compie i due gesti che lo consegneranno all’immortalità calcistica: prima la beffa di mano a Peter Shilton, battezzata la Mano de Dios e vissuta quasi come una rivincita simbolica contro i colonizzatori, e subito dopo il gol del secolo, seminando mezza Inghilterra palla al piede.

Stasera ad Atlanta si scrive l’ennesimo capitolo di questa saga infinita. Non si tratta solo di una semifinale mondiale tra la qualità dell’Argentina e la concretezza dell’Inghilterra. Sotto i riflettori dello stadio americano si agiteranno ancora le tensioni, il romanticismo e le rivalità nate da quella firma apposta nel Settecento da un nobile biellese, l’uomo che per primo diede un quadro legale alla disputa più affascinante del calcio moderno.

Andrea Guasco

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