Ritratti Sportivi: VITTORIO POZZO: L’UOMO GIUSTO AL POSTO GIUSTO

Il primo grande allenatore della storia del calcio italiano, il CT più vincente di sempre. Ecco la storia di Vittorio Pozzo

Vittorio Pozzo, ovvero quando una persona si trova al posto giusto al momento giusto.
Un emissario della Juventus si trova al liceo Cavour di Torino dove un giovane Pozzo sta correndo i 400 metri, lo avvicina e gli chiede: “non ti senti stupido a correre senza nulla da inseguire?”. Questa chiacchierata sarà decisiva per la sua formazione calcistica.

Nel 1906 Pozzo aderisce al neonato club granata Torino Calcio del quale diventa il primo allenatore nel 1911 capendo per primo che la squadra per giocare bene ha bisogno di una persona che li diriga da fuori. Ma, come direbbe il grande Luciano Ligabue, il meglio per Pozzo deve ancora venire e arriverà nel 1912 quando il nativo di Ponderano accompagna la Nazionale Italiana ai giochi di Stoccolma, una squadra formata in prevalenza da giocatori della Pro Vercelli che in quel periodo dominava il calcio italiano.

Comincia qui la sua epopea in azzurro, interrotta dalla Prima Guerra Mondiale e ripresa nel 1924 quando torna a guidare l’undici italiano. Dopo una breve esperienza al Milan, nel 1928 conquista il bronzo alle Olimpiadi di Amsterdam, successo subito seguito dalla Coppa Internazionale del 1930. Nel 1931 partecipa nuovamente alla Coppa Internazionale, questa volta senza successo, anche se rimarrà negli annali del calcio la vittoria azzurra contro l’Ungheria per 3-2 grazie alla rete all’ultimo minuto di Cesarini, che ancora oggi viene ricordata quando viene segnata una rete negli ultimi minuti, ovvero in “zona Cesarini”.

Il suo è un modulo rivoluzionario per l’epoca: il metodo WM con cinque giocatori difensivi e cinque in attacco si rivela decisivo per le successive vittorie e per vent’anni sarà il modulo base del calcio italiano. Nel 1934 l’Italia organizza il secondo Mondiale di calcio (al debutto nel 1930 fu l’Uruguay a portarsi a casa la Coppa Rimet) e la squadra di Pozzo ha tutti i favori del pronostico che, come non troppo spesso accade, vengono rispettati: davanti a 50000 spettatori a Roma (leggenda narra che anche il Duce Benito Mussolini venne costretto a pagare il biglietto!) l’Italia vince 2-1 dopo i tempi supplementari contro la Cecoslovacchia e conquista la seconda Coppa Rimet. 

È l’inizio di un quadriennio da incorniciare per la squadra azzurra: nel 1935 vince la seconda Coppa Internazionale grazie alle reti del debuttante Silvio Piola, attaccante ventunenne della Lazio cresciuto nella Pro Vercelli e ancora oggi il miglior marcatore della storia della massima Serie. L’anno dopo vince l’oro alle Olimpiadi di Berlino grazie alle prodezze del “centravanti occhialuto” Annibale Frossi. Ma è il 1938 l’anno da ricordare, quando da campione in carica l’Italia bissa il successo vincendo il Mondiale organizzato in Francia grazie al 4-2 in finale contro l’Ungheria.

È l’ultimo trofeo di Pozzo sulla panchina azzurra, anche se rimarrà in carica fino al 16 maggio 1948 quando uscirà sconfitto 4-0 contro l’Inghilterra di Mortensen e del mitico Stanley Matthews, giocatore talmente elegante da meritarsi il titolo di Sir da parte della regina Elisabetta, nonostante l’Italia schieri buona parte del Grande Torino, la squadra italiana più forte di sempre senza ombra di dubbio che scomparirà in pochi secondi il 4 maggio 1949 quando l’aereo che li riportava in Italia dal Portogallo si schiantò contro la collina di Superga. A Pozzo toccò anche riconoscere i cadaveri dei giocatori, un vero colpo al cuore per il Commissario Tecnico che li ha visti crescere e diventare campioni.

Sarà Ferruccio Novo, presidente dei granata, a sostituirlo nel ruolo di CT insieme al giornalista Campelli, uno strano duo che concluse quel mondiale senza troppe fortuna uscendo nel girone. Finisce qui la carriera da tecnico del più grande allenatore italiano di tutti i tempi che da solo ha conquistato il 50 % dei successi mondiali ottenuti dalla nostra Nazionale e che non sempre viene celebrato come merita, spesso per mancanza di conoscenza da parte dei più giovani.
Vittorio Pozzo morirà nel 1968 e verrà sepolto nel cimitero di Ponderano, in provincia di Biella. E proprio la città laniera gli dedicherà nel 2008 lo stadio cittadino (in coabitazione con il generale Alessandro Lamarmora, padre fondatore dei Bersaglieri), un tributo più che giusto per chi ha scritto in maniera importante la storia del calcio italiano del ‘900.

Pozzo però non è stato solo questo: si può tranquillamente dire che è stato lui il primo allenatore moderno, capace di capire che una squadra per girare come un meccanismo perfetto aveva bisogno di un direttore d’orchestra che potesse vedere da fuori come sistemare il meccanismo quando qualcosa lo blocca. Ma Pozzo è stato un uomo di calcio a 360 gradi: prima giocatore, poi allenatore e, allo stesso tempo, giornalista sportivo per “La Stampa”, il CT della Nazionale Italiana per più di vent’anni (senza percepire nessun tipo di stipendio, questo per non dover essere capitanato a bacchetta da nessuno) ha veramente scritto pagine di storia calcistica del nostro paese.

Molte liti che si verificavano all’interno dei bar di tutta Italia a tema calcistico venivano risolte leggendo “La Stampa” se l’articolo che poteva risolvere la diatriba era firmato da quest’uomo che godeva di un rispetto incredibile da tutti gli appassionati di tutte le fedi calcistiche. All’età di 76 anni Pozzo scriveva ancora i suoi articoli e li mandava alla redazione torinese de “La Stampa” anche alle undici di sera per il giornale del giorno dopo.

Famose alcune delle frasi di Pozzo come “che bello il giuoco del calcio quando si vince” o “ero studente a Torino e frequentavo il liceo Cavour quando contrassi il virus calcistico”. Insomma un giorno del 21 dicembre 1968 (per uno strano scherzo del destino esattamente 42 anni prima della scomparsa di Enzo Bearzot) il mondo del calcio italiano ha perso uno dei più grandi protagonisti del Novecento. 

Stefano Villa – reporter cooperator

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