Il tema del sacro e il suo rapporto con l’arte contemporanea al centro della conferenza del Maestro Roberto Demarchi al Museo Diocesano di Torino

Di Mara Martellotta

Il tema del sacro e del suo rapporto con l’arte contemporanea è stato al centro del dialogo, tenutosi venerdì 4 novembre scorso al Museo Diocesano di Torino, tra il Maestro Roberto Demarchi e Giampiero Leo, Coordinatore della Commissione Attività Istituzionale Arte, Cultura e Welfare della Fondazione CRT e Portavoce del Movimento Interconfessionale “Noi siamo con voi”. A moderare l’incontro il giornalista Andrea Donna.

“Il tema del Sacro – ha spiegato il Maestro Roberto Demarchi – ha percorso gran parte del Novecento e il rapporto tra l’arte e la Chiesa non è sempre stato facile, fino almeno al Concilio Vaticano II, che ha sancito un’apertura verso gli artisti. Il dialogo tra la Chiesa e gli artisti è poi proseguito con Giovanni Paolo II che, nel 1999, scriveva una lettera stupenda agli artisti. Con questo scritto Egli ha voluto “mettersi sulla strada di quel fecondo colloquio della Chiesa con gli artisti, che in duemila anni di storia non si è mai interrotto, e si prospetta ancora ricco alle soglie del terzo millennio”.

Il Museo Diocesano, dove sono esposte in mostra alcune opere del Maestro Roberto Demarchi, è proprio un esempio tangibile del dialogo tra la Chiesa e gli artisti.

Esiste una differenza, se non una cesura, tra gli artisti appartenenti all’arte moderna e quelli del Novecento e contemporanei. Un tempo gli artisti ricevevano l’incarico di dipingere o scolpire un’opera da committenti, di solito nobili, quali sono stati gli Scrovegni per Giotto.

“In tutto l’Antico Testamento – precisa Roberto Demarchi – Dio parla soltanto, ma non si manifesta. Nel mondo cristiano Dio si incarna in Cristo e si fa uomo. Nell’arte sacra trecentesca, all’inizio, Dio non viene rappresentato sotto forma di sembianze umane, tanto che Giotto fa solo emergere una mano dal cielo per rappresentarlo. Soltanto con l’avvento della cultura umanistica, che assume come modello la classicità, Dio inizia a essere rappresentato secondo le sembianze del grande Dio pagano.

Nel Medioevo, per esempio, alcuni ordini monastici erano favorevoli alla raffigurazione iconoclastica di Dio, altri no.

Preferisco parlare più che di arte e pittura sacre, del concetto di “Sacro”, termine che comunica un senso di misticismo interiore”.

“Le opere che mi hanno colpito di più del Maestro Demarchi – spiega Giampiero Leo – sono state quelle dal titolo “Abramo sotto le stelle” e “La morte di Mosè”, che rappresentano due grandi personaggi che hanno uno stesso interlocutore, la Fede. Nell’Antico Testamento il dio biblico era amore e “agape”, ma anche un Padre tremendo che non perdonava. Nel dipinto astratto intitolato “La morte di Mosè” emerge, secondo me, un chiarore che conduce a una riflessione, quella del rapporto tra Mosè e la terra promessa, che passa attraverso il mistero imprescindibile di Dio”.

“È importante – conclude il Maestro Demarchi – smascherare il pensiero comune relativo alla libertà che un artista dovrebbe avere per creare. In realtà è tutto il contrario; attraverso la passione che porta prima a sviluppare la tecnica necessaria per esprimere la bellezza e poi il donarsi completamente e coraggiosamente alla propria arte, un artista decide di perdere la sua libertà in funzione della creazione”.

Mara Martellotta- per contg.news

Pubblicato da Emanuele Dondolin

Direttore Responsabile ed Editoriale di Contg.News Iscritto all'Ordine dei Giornalisti Pubblici

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