#lememorie&iviaggi# I viaggi interstellari di Luca Roverselli

Da pochi decenni l’avventura dell’esplorazione ci ha portati fino alle porte dell’universo e i primi congegni realizzati dall’ingegno umano si sono spinti oltre i confini del nostro pianeta natale. Già dall’antichità ci si era resi conto che lo spazio di quel cielo che appariva nero e profondo con il sopraggiungere della notte aveva dimensioni immense e la sua profondità non conosceva confini. Nel III Secolo a. C. Aristarco di Samo propose il sistema eliocentrico. Il Sistema Solare aveva quindi il Sole al suo centro, come astro reggente e la Terra, insieme a tutti gli altri pianeti, gli ruotava attorno. L’obiezione che gli sollevarono a quel tempo riguardava l’assenza di movimenti di parallasse durante l’anno, da parte delle stelle lontane che proprio per tale motivo, prendono il nome di “stelle fisse”. L’obbiezione era più che logica: se la Terra ruotava attorno al Sole e quindi variava di molto la sua posizione al trascorrere dei mesi, allora, variando il nostro punto di osservazione, la posizione delle stelle sullo sfondo doveva spostarsi in parallasse.

Aristarco di Samo che propose il sistema eliocentrico nel III Secolo a.C.

La conclusione è più che logica ed è facile da visualizzare. Se poniamo un dito davanti a noi e chiudiamo prima un occhio e poi l’altro, possiamo osservare che la sua immagine si proietta alternativamente a destra e a sinistra rispetto agli oggetti sullo sfondo della nostra stanza. Questo avviene proprio perché, durante quel semplice esperimento, abbiamo variato il punto di osservazione di quello sfondo di alcuni centimetri: quelli che separano il nostro occhio destro dall’occhio sinistro. La distanza media che la Terra ha dalla nostra stella del giorno è di quasi 150 milioni di chilometri. Perché allora non succedeva lo stesso con il fondale stellato se variavamo il nostro punto di osservazione di ben trecento milioni di chilometri nell’arco di sei mesi? Aristarco fornì la risposta ed era sconvolgente. Se non comparivano moti di parallasse, poteva significare una sola cosa: la distanza che il nostro Sistema Solare aveva da quelle stelle era un abisso immenso. Quei mondi avevano una distanza inimmaginabile dalla posizione che noi occupiamo nel cosmo e fin da allora quel cielo immenso ha sempre esercitato un fascino irresistibile mei confronti dell’uomo, in tutte le epoche e in tutte le culture. Da qualche decennio abbiamo iniziato a spingere le nostre sonde nello spazio e con enormi sforzi, tecnologici ed economici, abbiamo raggiunto i corpi celesti più prossimi a noi Ma sarà possibile esplorare le profondità del cosmo e magari raggiungere le altre stelle? Fino quasi alla fine del secolo scorso si pensava che i pianeti fossero un fenomeno molto raro e che quindi la quasi totalità delle stelle che splendevano nel cielo notturno fossero astri solitari. Alla luce della ricerca astronomica dei decenni più recenti si è invece capovolta la situazione. I pianeti sono stati rilevati addirittura anche dove non si pensava che potessero fisicamente esistere. Nel corso del progresso di ogni tipo di tecnologia le tecniche si affinano con il tempo e con l’esperienza. L’individuazione dei pianeti extrasolari avviene attraverso il rilevamento delle interferenze, gravitazionali o di luminosità, che il pianeta esercita nei confronti della stella.

comparazione della Terra con il pianeta extrasolare Kepler-442

Agli albori di questo campo della ricerca, le tecniche per l’individuazione dei pianeti extrasolari riuscivano a rilevare solo interferenze di un certo valore. Quindi più il pianeta era massiccio e più era vicino al suo sole e più facilmente poteva essere individuato. Ebbene, in questa situazione e con questa limitazione tecnologica, sono stati lo stesso individuati dei pianeti in orbita attorno ad alcune stelle. Ma questo vuol dire che corpi celesti che possiedono dimensioni ben superiori al pineta Giove si trovavano estremamente vicini alla loro stella, nonostante le potenti maree gravitazionali che avrebbero dovuto dilaniare quel pianeta o meglio ancora, non avrebbero neppure dovuto consentire la sua formazione. Si è così scoperto che la nascita dei pianeti attorno alle stelle era un fenomeno comunissimo. Con l’affinarsi delle tecnologie gli scienziati hanno via via individuato pianti sempre meno massivi, fino a riuscire a registrare la presenza di mondi del tutto simili alla nostra Terra. Non solo, ma quelle lontane terre avevano una distanza dal loro sole paragonabile a quella che il nostro mondo ha dal nostro astro reggente. Se una stella presenta alcune caratteristiche di stabilità, esiste una fascia attorno a quella stella all’interno della quale un pianeta può ospitare la vita come noi la conosciamo. La situazione più affascinante per noi è infatti quella che ci permetterebbe di poter incontrare una forma di vita intelligente simile a noi, con la quale riuscire a comunicare e a relazionarci, per comprendere la loro scienza e in tal modo poter compiere magari un balzo repentino nella comprensione dell’universo. Cerchiamo quindi di individuare mondi il più possibile simili al nostro. Oggi sappiamo che quei mondi esistono. Ma la domanda è: sarà possibile esplorarli e magari sarà possibile farlo personalmente, inviando degli equipaggi ai confini di quell’oceano di buio e di silenzio che circonda per migliaia di miliardi di chilometri il nostro Sistema Solare?

la parallasse utilizzata per calcolare la distanza delle stelle più vicine. Quando l’angolo al vertice vale un secondo di arco si ha un parsec – 3,26 anni luce

La risposta si divide in due rami distinti dell’ipotesi esplorativa. La prima soluzione alla questione di come effettuare un viaggio interstellare è stata messa in campo già negli anni Settanta del secolo scorso. La proposta era quella di realizzare enormi colonie spaziali semoventi, completamente autonome e poi spingerle in un viaggio di secoli o addirittura di millenni, attraverso gli abissi dello spazio, fino che i discendenti di coloro che erano partiti dalla Terra fossero giunti a destinazione per sbarcare in quel nuovo mondo. Quel tipo di ipotetici veicoli spaziali ha preso il nome significativo di “arche generazionali”. Una nave spaziale di quel tipo dovrebbe avere dimensioni immense, per consentire la sopravvivenza di una colonia umana sufficientemente numerosa da garantire una idonea molteplicità genetica tra i suoi membri. Oltre a questo è poi necessario disporre di una enorme quantità di risorse alimentari ed energetiche in completa autonomia per tempi lunghissimi. Bisogna quindi che siano imbarcati a bordo della nave ogni genere di animali, di piante e di microfauna per permettere la conservazione di un perfetto ambiente di tipo terrestre per secoli o millenni. E poi c’è una questione più sottile ma ancora più pressante di quelle appena esposte. Ogni genere di macchina ha infatti una durata limitata e necessita di riparazioni e successivamente deve essere sostituita. Pensiamo se a metà del XIX Secolo avessero pensato di condurre un esperimento e avessero deciso di far partire un treno affinché continuasse il suo viaggio fino ai nostri giorni. Sicuramente non sarebbe riuscito nel suo intento, se non si fosse potuto contare su di una manutenzione costante. Per poter fornire una tale manutenzione è però necessario disporre delle officine e dei pezzi di ricambio, ma non solo. La questione fondamentale è ancora più profonda e nessuno generalmente ne parla. Per mantenere vive le conoscenze scientifiche e tecnologiche capaci di gestire una colonia spaziale è necessario infatti che una grande quantità persone si trovino nelle condizioni di poter studiare e specializzarsi con l’ausilio di Istituti all’altezza, in grado di provvedere alla loro formazione e dotati di sofisticati strumenti idonei.

l’ipotetico interno di una nave generazionale

Al fine di mantenere in condizioni di efficienza scuole e Università in grado di istruire ingegneri e tecnici con quel livello di preparazione, è necessario che una grande moltitudine di persone si occupi di tutte le altre attività, costituendo in tal modo una società molto varia e soprattutto molto popolosa. Esistono valutazioni sufficientemente precise della popolazione minima in grado di mantenere l’attuale livello tecnologico e le stime più prudenti attestano quel valore a non meno di 500 milioni di individui. In caso contrario si avrebbe un inesorabile calo delle competenze e i gradi più elevati delle expertise sarebbero destinati a scomparire in breve tempo. E non abbiamo neppure parlato della stabilità sociale sui lunghissimi periodi.

una rappresentazione digitale del pianeta Kepler-22 b molto simile alla Terra

Tutte le civiltà che la storia ricordi hanno avuto infatti epopee ben più brevi dei secoli o addirittura dei millenni necessari ad un viaggio spaziale interstellare. E per di più parliamo di società umane che si sono sviluppate nel confortevole agio del nostro pianeta, in un ambiente naturale adatto alla permanenza degli esseri umani.

Luca Roverselli-Redazione

Pubblicato da Emanuele Dondolin

Direttore Responsabile ed Editoriale di Contg.News Iscritto all'Ordine dei Giornalisti Pubblici

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