#storia&turismo. Il Nepal raccontato dallo storico Luca Roverselli.

Luca Roverselli-Redazione

Nel profondo dei grandi altipiani dell’Asia, incastonata a metà strada tra le montagne e il cielo e governata a settentrione dalle nevi perenni, esiste una terra ai confini del mondo, che rappresenta il cuore spirituale dell’Oriente. Il suo nome è Nepal. La sua storia inizia agli albori del tempo, quando gli uomini vivevano in simbiosi con la natura e la loro conoscenza delle cose era completamente diversa dal nostro concetto di conoscere. La questione è di importanza fondamentale se vogliamo comprendere le vicende di quel popolo e se ci interessa capire il loro modo di vedere e capire il mondo. Vale la pena di spiegare un po’ la questione al fine di riuscire a comprendere la storia di quel lontano Paese. Quella civiltà non è infatti comprensibile se ci ostiniamo a cercare una descrizione della loro cultura forzandola ad entrare a calci dentro alle nostre categorie di pensiero.
L’errore è stato compiuto nel tempo molte volte, bollando come “primitiva” qualsiasi cultura che, per descrivere il mondo, non mostrasse gli stessi meccanismi logici e le medesime costruzioni razionali, proprie della nostra civiltà di derivazione greco-romana. L’impasse è stato però risolto e già da molto tempo da alcuni tra i più importanti studi condotti nel campo dell’antropologia culturale.

antichissime vestigia che risalgono alla cultura Licchavi

Le civiltà molto diverse da quella occidentale presentano infatti schemi di pensiero che dipendono da differenti metodi di rappresentazione della realtà. In Occidente noi siamo stati abituati
da oltre due millenni a visualizzare qualsiasi forma del nostro pensiero come esterna all’unità di coscienza che chiamiamo “Io”. Siamo abituati a fare così e senza pensarci crediamo che sia l’unico modo di vedere il mondo. Ma le cose non stanno in questo modo e alcune civiltà che si sono evolute in modo indipendente dalla cultura occidentale hanno infatti sviluppato un tipo di coscienza del tutto differente. Per loro il mondo reale risiede nell’universo interiore e il mondo esterno ne è di
conseguenza un riflesso. Se proviamo a pensarci bene essi non hanno torto. Qualsiasi esperienza noi viviamo avviene infatti all’interno della coscienza e non in un ipotetico mondo esterno
indipendente.

la vetta del monte Everest a 8849 metri sopra il livello del mare.

I primi contatti con culture extraeuropee avvennero al tempo delle grandi
esplorazioni, tra il Sedicesimo e il Diciassettesimo Secolo. Il contatto con queste culture molto diverse dalla nostra permise profonde riflessioni. Nel volgere di pochi decenni i maggiori filosofi
occidentali compresero che “l’esistenza di un mondo esterno alla coscienza rappresentava solo una convenzione condivisa”, come affermò già nel Seicento il filosofo e Vescovo anglicano
irlandese George Berkeley. Alla fine dello stesso secolo il tedesco Immanuel Kant spiegò che ogni nostra raffigurazione del mondo dipende in modo assoluto da due strutture entro le quali noi ci
rappresentiamo l’universo. Tali “forme pure a priori”, come le chiama il grande filosofo, sono lo spazio tridimensionale e il tempo lineare: proprio il nostro modo intuitivo di vedere tutto ciò che
reputiamo vero e ci appare tangibile. Da quel momento nasce una chiara consapevolezza che la nostra intuizione, che ci sembra tanto nitida e tanto sicura, è in effetti inaffidabile e non ci mostra la
realtà profonda delle cose. Da allora, nel corso di un solo secolo, il paradigma (dal greco: modello) sul quale si fonda tutto il pensiero scientifico subisce una rifrazione che lo percorre in tutta la sua
profondità.

la mitica coppia regnante semidivina regina Kumaradevi e re Chandragupta.

Il ruolo dell’unità di coscienza dell’osservatore diventa infatti fondamentale nel chiudere definitivamente la porta sul mondo reale e mostrare ciò che la struttura della coscienza umana è in grado di rappresentarsi. Ciò che esiste prima dell’osservazione è in uno stato fisico –
entanglement (intreccio) – che non ha corrispettivi nel mondo che noi siamo in grado di vedere e che vediamo molto antico nel tempo e molto grande nello spazio, esteso al di fuori di noi e che la
fisica chiama: “mondo classico”.

l’ambiente surreale dell’Annapurna

Il mondo reale è invece costituito dall’universo quantistico, un
luogo estremamente esotico, dominato dalla “non località” e dove i concetti di spazio e tempo hanno diritto di cittadinanza solo per rendere possibile una descrizione di quell’ambiente fisico in modo che risulti comprensibile da parte dell’uomo e traducibile attraverso la struttura dei suoi schemi linguistici. E ora siamo pronti per ritornare nel profondo Oriente, tra gli altipiani del Nepal. Qui la storia, quella descrivibile con le forme linguistiche e la struttura di pensiero di noi occidentali, si fonde nell’antichità con ciò che noi chiamiamo “Mito”. Nel profondo della notte dei
tempi i primi “signori” che abitarono quelle alte terre si affacciarono al mondo provenendo dalla scissione della Coscienza cosmica che si suddivise in due unità separate, proprio per porre davanti a Sé un mondo cos’ da consentire di percepire se stessa come unità indipendente di consapevolezza.
Questo avveniva, secondo la tradizione locale, prima che la terra emergesse dalla polvere informe e divenisse solida. Da allora l’uomo ha una natura duale: egli è in contrapposizione con il mondo che gli sta dinanzi. Le prime dinastie che regnavano la Valle di Kathmandu, da cui il Paese prende il nome – in lingua locale Nepàla è il nome di quella valle – erano diretti discendenti di quegli esseri
divini, fondatori della Terra. Da allora la tradizione si è conservata presso i Licchavi che abitartono la regione dall’VIII Secolo a.C. per oltre mille anni, fino che nell’area si stabilirono per il breve evolvere di circa tre secoli i Thakuri. A partire dal XIII Secolo si estesero ad occupare tutta l’area
del Paese i signori della Dinastia Malla, che in sanscrito significa lottatori. Sotto il loro dominio la civiltà nepalese conobbe un lungo periodo di prosperità durato più di seicento anni. Poi, nel 1768 la
Valle fu invasa dalle forze armate di Prithvi Narayan Shah che fu capace di unificare il Nepal a formare un’unica nazione e si proclamò sovrano del nuovo regno. Egli fu così il primo dei re
dell’ultima dinastia regnante. Nel XX Secolo infatti, a seguito di sei anni di scontri, nel 1951 il movimento democratico riuscì a rovesciare la famiglia regnante permettendo il ritorno in patria del sovrano allora in esilio, re Tribhuvan. Fino ad allora il titolo di re era puramente rappresentativo
mentre il potere era in mano alla famiglia Rana, una dinastia di primi ministri. Il figlio del re,Mahendra, nel 1962 decise univocamente l’abolizione dei partiti politici instaurando il sistema di governo fondato sul “Consiglio dei Cinque – Panchayat”. Il periodo che va dall’inizio degli anni Novanta fino all’alba del decennio successivo fu un’epoca di violenti attriti intestini all’interno della famiglia regnante durante la quale si verificarono anche diversi omicidi tra gli aventi diritto al
trono. Uno dei sopravvissuti alle lotte di potere, Gyanendra, salì al trono nel 2005 assumendo direttamente il potere esecutivo. Il malcontento del popolo era però palpabile e il re fu costretto a
lasciare il trono l’anno successivo. Proprio in quell’anno la Costituzione provvisoria apre le porte del palazzo del governo anche a coloro che avevano militato nelle fila dei ribelli.

Re Prithvi Narayan Shah

I lavori del nuovo Parlamento sono poi stati diretti verso la costituzione di una Repubblica Federale e il 23 maggio del 2008 in Nepal è stata proclamata la Repubblica. Il Paese è celebre per ospitare alcune tra le più
elevate vette del pianeta. Il monte Everest, il più alto rilievo della Terra, si trova proprio nella catena dell’Himalaya, al confine tra Cina e Nepal. Per salire a quelle quote è necessaria una preparazione fisica formidabile, oltre ad un’assoluta padronanza delle tecniche alpinistiche.

Re Gyanendra

La bassissima pressione che l’ossigeno ha a quelle altitudini rende estremamente arduo per l’uomo
anche solo stazionare in quelle condizioni. Alcuni valenti alpinisti che hanno tentato l’impresa di scalare cime che oltrepassano gli 8.000 metri sono stati costretti a rinunciare a poche decine di passi dalla conquista della vetta.

un gruppo di donne Magar discendenti degli antichi Signori del Nepal.

Compiere un solo passo in una situazione come quella, completamente
diversa da qualsiasi ambiente nel quale l’uomo si è evoluto ed è vissuto per lunghi millenni, rappresenta una sfida ai limiti delle possibilità consentite dalle caratteristiche fisiche intrinseche
della nostra specie. Anche per persone seriamente allenate il gioco è tutt’altro che semplice e prima della fase finale dell’ascesa è necessario un periodo di acclimatazione ad alta quota che rappresenta il campo base da cui sferrare l’attacco definitivo alla montagna.

l’area del campo base per l’ascesa all’Everest – alla bese del ghiacciaio Khumbu.

Per farsi un’idea delle difficoltà che devono affrontare gli scalatori che intendono salire in vetta ad un “ottomila” è utile sapere che il campo base è situato ad una quota molto superiore alle massime vette montuose presenti nel nostro Continente.

una suggestiva vista della capitale Kathmandu.

Per le spedizioni sull’Everest i due campi base sono, sul versante Sud a 5364 metri ai piedi del ghiacciaio Khumbu e sul versante Nord alla base del ghiacciaio di Rongbuk a 5154 metri di altitudine. A titolo di paragone la vetta più alta d’Europa, il Monte Bianco, ha un’altitudine di 4807 metri.

una imponente formazione di ghiaccio sul Khumbu a quasi 6000 metri di quota

Pubblicato da Emanuele Dondolin

Direttore Responsabile ed Editoriale di Contg.News Iscritto all'Ordine dei Giornalisti Pubblici

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