Uomini di cultura delle Marche: Giacomo Leopardi raccontato da Michel Camillo

Quando si pensa all’apporto della regione Marche alla cultura italiana (e mondiale), il pensiero corre inevitabilmente a Giacomo Leopardi; ovviamente non si vuole negare che questa regione abbia dato i natali ad altri personaggi importanti, ma soltanto affermare che la statura intellettuale di Leopardi è di gran lunga maggiore e fa di lui l’emblema della cultura marchigiana. Leopardi, per intenderci, è il poeta marchigiano che tutti abbiamo studiato alle medie e al liceo e chi ha fatto studi umanistici anche all’università; Leopardi è un poeta i cui versi sono stati imparati a memoria da generazioni di studenti, i quali hanno tratto dalle sue poesie sofferenza prima e soddisfazione (o disperazione, in caso di voti negativi) poi.

Che cosa si può dire su Giacomo Leopardi che non sappiano già tutti? Con l’aggravante poi dello spazio assai ridotto?

Fissiamo intanto le coordinate storico-geografiche: Giacomo Leopardi nacque a Recanati (all’epoca nello Stato Pontificio) il 29 giugno 1798 e morì a Napoli il 14 giugno 1837 a neppure trentanove anni. Suo padre era il conte Monaldo Leopardi, anche lui scrittore: di Monaldo ricordiamo un dialogo contro la libertà di stampa.

Per tornare a Giacomo, i Canti più famosi sono Il passero solitario, L’infinito, A Silvia, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio… Forse meno noti al grande pubblico, sono tuttavia apprezzatissimi dai critici Ultimo canto di Saffo, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia e La ginestra, o il fiore del deserto. Fra le edizioni dei Canti, a titolo puramente esemplificativo, segnaliamo quella curata da Lucio Felici per la casa editrice Newton & Compton.

La prima prova del successo di Giacomo Leopardi ci viene fornita dagli studiosi e dai loro saggi; fra gli innumerevoli esempi che si potrebbero fare, scegliamo il saggio di Pier Vincenzo Mengaldo Sonavan le quiete stanze. Sullo stile dei Canti di Leopardi, pubblicato dall’editore Il Mulino.



La seconda prova del successo di Leopardi ci viene invece fornita dagli scrittori venuti dopo di lui. Come esempio, prendiamo Eugenio Montale: egli nei suoi Ossi di seppia inserì diversi echi leopardiani; uno dei più vistosi è “Giunge a volte, repente, / un’ora che il tuo cuore disumano / ci spaura…” (Giunge a volte, repente, …, vv. 1-3).

Uno degli aspetti meno noti di Giacomo Leopardi è che egli curò due antologie: nel 1827 uscì la Crestomazia della prosa italiana e nel 1828 la Crestomazia della poesia italiana. Un altro aspetto poco noto è quello del Leopardi traduttore: ad esempio si cimentò con il secondo libro dell’Eneide. In sintesi, possiamo affermare che Leopardi, oltre che scrittore di capolavori letterari, fu anche studioso delle opere altrui.



Michel Camillo-Redazione

Pubblicato da Emanuele Dondolin

Direttore Responsabile ed Editoriale di Contg.News Iscritto all'Ordine dei Giornalisti Pubblici

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