L’opinione sportiva: BJARNE RIIS E IL DOPING ACCETTATO…

Un’intervista al vincitore del Tour de France 1996 riporta in auge un problema che ciclicamente torna a far parlare.

Hanno fatto scalpore le dichiarazioni dell’ex ciclista Bjarne Riis che, in una recente intervista, ha confermato che nel ciclismo a cavallo degli anni ’90 e Duemila, il doping era a suo dire l’assoluto protagonista dell’intero sistema.

Il corridore danese, a cui non sono state tolte le vittorie conquistate nonostante la conferma dell’utilizzo di sostanze vietate a causa della prescrizione, è tornato a parlare del suo periodo in sella parlando della mitica impresa che riuscì a compiere nel Tour de France 1996, quando salì l’Hautacam in quella che è ancora oggi considerata la scalata più veloce di sempre nella storia del ciclismo: “Ero strafatto di Epo, fino al midollo. Ma non me ne vergogno e non ho rimpianti perché a quei tempi si faceva sempre così. Era un sistema che tutti noi avevamo accettato silenziosamente”.

Riis ammette di aver utilizzato Epo in modo massiccio durante la sua carriera, incluso il Tour de France 1996 che vinse. La sua confessione non è nuova, ma conferma ulteriormente la cultura del doping che permeava il ciclismo professionistico all’epoca.
La decisione dell’UCI di non revocare i titoli di Riis nonostante le ammissioni di doping è controversa e solleva questioni sulla giustizia e sulla coerenza delle regole antidoping.

Le parole di Riis contribuiscono a rafforzare la percezione che il doping fosse endemico nel ciclismo professionistico di quel periodo, ma la sua ammissione può essere vista come un’opportunità per riflettere sulla cultura del doping e sulle misure necessarie per prevenirlo nel futuro.

Tuttavia, la mancanza di conseguenze significative per Riis e altri corridori che hanno ammesso il doping può essere letta come una mancanza di giustizia e può minare la credibilità dello sport.

La cultura del doping nel ciclismo è un problema complesso che richiede una soluzione multifacettata che coinvolga non solo i corridori, ma anche le squadre, le organizzazioni sportive e le autorità regolatorie per evitare di vivere, ciclicamente, situazioni di questo tipo.

Stefano Villa – reporter cooperator

Lascia un commento