Ilda nasce a Zubiena Riviera il 12.12.1924, secondogenita di Ravinetto Oreste, classe 1887, falegname/minusiè e Quaglino Maria, 1888, sorella del primogenito Diego, classe 1921.
Alla fine del 1925 il padre prende in carico la gestione dei lavori di minusiè dal dottor Mazzucchetti, presso lo stabilimento idroterapico di Oropa Bagni, così che la famiglia si trasferisce nella villa antistante la Clinica di Cossila, occupando la casa del custode.
Durante questo periodo frequenta l’asilo delle suore a Cossila San Grato e ricorda con tristezza le lacrime versate al rumore del passaggio del tram che le richiama alla mente la madre che torna a casa. Quella mamma che per lei è molto preziosa, che ogni sera prima di cena si siede sulla cassapanca con i figli e legge loro qualche pagina del libro “Cuore”: è questo uno dei momenti più belli della giornata, sebbene a volte la narrazione sia forte e dolorosa, come l’immagine di Cirillo, mesto al capezzale del padre morente, che li riempie di tristezza al punto tale di andare a letto senza cena.
Si susseguono veloci i ricordi di quei giorni felici e i giochi nel parco dell’immensa villa con il bambolotto Dino, esattamente una piccola asse di legno con un’apertura circolare in alto come bocca, da dove lei lo nutre e sogna di diventare un giorno come sua madre che, in una sera di pioggia intensa, va a recuperarglielo in fondo al prato.
Qui rimane fino all’età di 5 anni quando “la moda idroterapica passò…” e l’obbligato trasferimento li porta presso la cascina Campagnoli, oggi La Bertolina in quel di Zubiena, su richiesta specifica dello stesso vicario di Zubiena. Il proprietario, certo avvocato Bertola, affida le cure della struttura al padre Oreste non solo come minusiè, ma anche come mezzadro. È di questo periodo l’arrivo in famiglia della “buna cita”, la bisnonna materna Regilda Scolastica, nata nel 1869, sempre seduta sul seggiolino davanti casa a lavorare la calza per gli uomini, cotone per l’estate e lana per l’inverno e a sferruzzare la camiseta per la Ilda. Sarà lei a donarle tantissime dolci attenzioni, soprattutto nelle fredde notti invernali quando la paiassa di caldo proprio non vorrà saperne! Oppure le carezze e le belle parole mentre in Bessa pascolano insieme, solo loro due e le tre pecore. E ancora Ilda ormai adulta che si sente ripetere dalla nonna “quanc at rivi ti a mas mia da vughi al Signor!” Prima di vederla partire, riuscirà a donarle la gioia di abbracciare Mauro, il suo primo figlio!
I ricordi si perdono ora dentro alla scuola elementare, la maestra Raiteri e la maestra Lega, della prima le è dolce l’immagine di quando l’accompagna a prendere il tram, mentre le altre alunne la sberleffano con invidia, della seconda invece rammenta di quando va a metterle la legna nella stufa, nell’appartamento della maestra, sopra la loro aula, dove trova spesso il fidanzato che la ringrazia. Poi ancora il fratello Oreste, le classi numerosissime e la sua personale sfida “arrivare all’incrocio della strada di casa con la soluzione del problema di compito, già ben algoritmicamente definita nella sua mente”, con un po’ di spocchia, dice di avercela sempre fatta!
La mamma Maria quando riesce scende fino a Mongrando con il Sastun sulle spalle, con le uova, le galline, il tomino, la frutta e la verdura dell’orto, comprese le castagne, per venderle e portare a casa cibo comprato dal “Milcare” o calze leggere, spingendosi, almeno una volta all’anno, nell’acquisto di una maglia per la Ilda! Il viaggio fino a Mongrando lo fa a piedi, ovviamente, in compagnia delle due Mariette, signore ricche che si portano al seguito la sola borsetta e, se per caso i soldi non bastano, la Letisia, la mari ad la Maria Rosa le fa volentieri credito, perché sa che la prossima volta Maria le porterà un’altra gallina.
Le narrazioni più avvincenti di quei momenti felici riguardano però la partecipazione alla messa della domenica in compagnia del padre, vestito di tutto punto, di don Alberto, al vicari ad Zubiena, e poi i meravigliosi pomeriggi dalle suore dove gioca con le compagne, impara a cucire, a ricamare, a stirare le camice, così che addirittura, a volte, perdendosi, sono le suore medesime che la invitavano a tornare a casa poiché si è fatto tardi! Ilda sa che deve rincasare, ma lì non potrà giocare con nessuno per cui, al primo richiamo, continua a lanciare la palla contro il muro, fintanto che la sorella madre la redarguisce nuovamente e la obbliga ad uscire. È proprio qui che instaurerà i legami più intensi con la Carla, la Pina, l’Angiolina: le vere amiche di tutta una vita!
L’alta parte della medaglia parla però di malinconia e dolore: il panettiere che le chiede ogni volta quando “uccideranno il vitello per pagare i debiti del pane e dello zucchero”, il fallito adescamento, grazie al padre Oreste, di uno dei “foresti” di passaggio, ai quali la famiglia è solita offrire ospitalità nella stalla, il dispiacimento per non poter accedere ai corsi di studio per l’avviamento al lavoro, oppure la tristezza della madre e la sua impotenza, fino ad arrivare all’inizio della malattia del padre che, lentamente, perdendo le forze, li costringerà ad un nuovo trasferimento presso Casale Roletto a Riviera di Zubiena, là dove tutto era cominciato.
La figura paterna viene menzionata a tratti con malinconia per la sofferenza patita, o piuttosto con serenità, quando seduti al tavolo insieme, si fanno i conti per destinare i soldi ricavati dalla vendita del vitello, che, in primis, serviranno a saldare tutti i debiti. Altre volte invece si delinea l’immagine di un uomo severo e rigoroso che obbliga il fratello Diego ad alzarsi tutte le mattine, innanzi all’alba, per aiutare nei lavori della stalla o dei campi, prima di andare a scuola; o ancora quando richiama, non sempre con garbo, la suocera al silenzio.
Sono questi gli anni più duri tra la guerra, che porta lontano da sé il fratello, e la malattia invalidante del padre, al punto che lei si ritrova a doversi fare carico economicamente della famiglia, così viene assunta all’età di 13 anni come apprendista operaia presso le telerie “f.lli Grazino fu Severino” di Mongrando e lì resterà per più di 40 anni, fino al raggiungimento della pensione. Qui i ricordi corrono veloci sicuri e, paradossalmente, quasi nostalgici: munsù Lurens, Guido, Severino, al Doru, al Giuvan Bunaia la cara Maria.. ancora oggi ripete con ostinazione che sarà per sempre grata ai suoi padrun per il trattamento ricevuto, non solo come riconoscimento economico ma soprattutto e in particolare per l’umanità e la comprensione che hanno permeato lo scorrere del tempo an fabrica!
Nel 41, con Diego lontano da casa, il padre Oreste, dopo anni di sofferenza fatta di notti insonni colme di urla di dolore, muore, lei si veste di nero e riparte con la consapevolezza che, da quel momento, il ruolo di capofamiglia, a soli 17 anni, aspetterà a lei!
Ilda va a lavorare in bicicletta, torna a casa e le sue donne le fanno trovare sempre il pranzo caldo, poca roba, polenta, insalata e caffelatte con il pane, ma gli affetti e le attenzioni la rendono comunque immensamente felice. Oltre la sua famiglia, che lei ama definire tre pore fumne e che cerca di sostenere in tutti i modi, è impegnata anche nell’Azione Cattolica, iscritta da sempre e presente ad ogni adunanza, si fa carico di azioni di supporto e di organizzazione, dedicandosi responsabilmente ad ogni singolo incarico.
Sono gli anni della rinascita, del boom economico, quando durante un ballo di Carnevale, conosce quello che diventerà poi suo marito: al Walter pustin ad la Tana, con il quale, nel 1960 convolerà a nozze. Arriveranno ad allietare la nuova famiglia due figli: Mauro e Laura, fra di loro, però ancora una sofferenza: la perdita del secondogenito Angelo, nato e morto pochi giorni dopo.
Negli anni a seguire riuscirà sempre a conciliare con serenità il lavoro con la crescita dei figli, la cura per la madre che si ammalerà di demenza senile e non si tirerà indietro nemmeno nell’accudimento dei suoceri che, come natura impone, volgeranno al declino.
Oggi Ilda è nonna di quattro nipoti: Elisa, Michele, Giulia e Camilla e nonna bis di Marta e Irene, che sistematicamente le riempiono casa, è accudita amorevolmente dai figli, in particolare da Mauro e sua moglie Gabriella, si può dire che ha mantenuto una certa autonomia gestionale, ama leggere riviste e ormai semplici narrazioni, con rigore passa e ripassa ogni articolo del “Il Biellese” da 93 anni a questa parte, si arrabbia spesso con il suo “cervellone” che non la supporta più nei ricordi e le fa dire stupidadi!
Che dire? Molto non è stato detto poiché forse troppo, ma poche volte la ricordo arrabbiata o triste, mia madre la vedo sempre sorridente e con una mano tesa verso tutti, con una parola e un gesto di conforto, con la voglia di vivere e la serenità di chi racchiude in cuore la certezza di aver fatto ciò che era giusto e puntuale fare, con gli occhi colmi di ricordi che, a 100 anni, a volte sfumano e io? Io spero di averle reso il giusto merito per l’immenso dono che mi ha dato e che continua a donarmi: al bun esempi!
Tanti auguri alla centenaria Ida Ravinetto di Mongrando.
