Un gruppo di ragazzi che con sudore, impegno e tanto cuore hanno scritto una delle pagine più belle dei recenti Giochi Olimpici.
Lo sport, specialmente alle Olimpiadi, è ancora in grado di regalare favole che fanno emozionare. Ai recenti Giochi di Parigi una delle storie più ricche di significato è stata certamente quella della Nazionale del Sud Sudan.
Una nazionale nata solamente tredici anni fa dopo una violenta guerra civile e che con una programmazione di primo livello è arrivata a giocare le Olimpiadi.
Nel percorso di preparazione questi ragazzi hanno perso 101-100 contro gli Stati Uniti di LeBron James, Steph Curry e compagni dopo essere stati avanti anche di 18, già di per sé un’impresa straordinaria, ma il meglio doveva ancora arrivare.
Al debutto olimpico ecco la sfida contro Porto Rico, formazione che nel preolimpico aveva eliminato gli Azzurri di Gianmarco Pozzecco.
Al momento degli inni nazionali l’organizzazione francese fa partire l’inno del Sudan, un momento di grande imbarazzo. Per capire la gravità della situazione facciamo un parallelo: è come se nel corso di una manifestazione dov’è impegnata l’Ucraina partisse l’inno russo.
Le successive sfide contro Stati Uniti e Serbia hanno messo in evidenza il valore competitivo della squadra, ma manca ancora qualcosa per poter competere ai massimi livelli. Piu che comprensibile se si pensa che 15 anni fa non esisteva nemmeno lo stato del Sud Sudan e che ancora oggi non esiste nel paese un palazzetto dello sport.
Questa è una storia partita da molto lontano e che vede diversi elementi del roster di coach Royal Ivey con almeno un genitore perso nel corso della cruenta e sanguinosa guerra civile.
Un viaggio partito dai tempi di Manute Bol, primo personaggio di spicco del basket sudanese, e che ha in Luol Deng una figura fondamentale.
Una lunga carriera NBA per lui con le maglie di Chicago, Cleveland, Miami, Los Angeles Lakers e Minnesota e che ora lo vede impegnato come presidente della Federazione Pallacanestro del Sud Sudan, ma definirlo con questo ruolo è assolutamente riduttivo.
Prima allenatore e poi reclutatore dei giocatori (tra cui la naturalizzata guardia dei Bulls Carlik Jones), fondatore di camp per far crescere i giovani cestisti, presidente della Federazione, organizzatore delle trasferte dal punto di vista economico, deus ex machina del movimento cestistico: Deng è il motore della squadra di basket e dell’intera nazione.
Coach Ivey ha espresso tutta la sua stima nei confronti di Deng nel post partita del match con la Serbia che ha sancito l’eliminazione del Sud Sudan: “Luol Deng ha finanziato questo progetto di tasca propria negli ultimi quatto anni. Paga le palestre, gli hotel, i biglietti aerei, tutto. Un grande grazie a lui e allo staff, perché senza di loro non saremmo stati in grado di formare questa squadra e di essere qui a Parigi”.
Il viaggio non è finito come tutti speravano, ma già aver lottato alla pari con nazioni importanti dimostra che quella intrapresa dal Sud Sudan è la strada giusta. I prossimi passi saranno fondamentali per capire dove potranno arrivare: impossibile non fare il tifo per loro.
Stefano Villa – reporter cooperator
L’opinione sportiva di Stefano Villa: LA FAVOLA DEL SUD SUDAN, UN ESEMPIO DI CORAGGIO
