Un altro film capolavoro, questa volta prodotto negli anni ’80, ha avuto per me, e immagino per moltissimi uomini e donne della mia generazione , un significato davvero importante.
Il film in questione è stato un vero e proprio “ passaggio generazionale “ tra due epoche diverse, tra due modi antitetici di intendere la vita ed anche di sentirsi giovani.
Il film di cui parlo si intitola “ L’attimo fuggente”.
Perché si è trattato di un film che ha rappresentato un vero e proprio “passaggio generazionale ?”
Per un motivo molto semplice,
La visione dei giovani di allora, ex sessantottini e ex studenti intrisi di moti di ribellione, si è trasformata modellando una visione rivoluzionaria che aveva marchiato una intera generazione, in una visione che potremmo definire sentimentale ed intimistica.
Il film è in ultima analisi un elogio della poesia.
Un modo di esprimersi che i giovani degli anni ’70 avevano quasi sempre rifiutato per immergersi nella realtà sociale e nella lotta di classe vista come unica salvezza dell’individuo.
Si pensava allora che la felicità si potesse raggiungere solamente cambiando la società in cui eravamo immersi.
Si considerava la “rivoluzione” come un completamente naturale dell’animo umano e comunque l’unica strada per realizzare un uomo.
Questo film forse per la prima volta parla, dopo molti anni di film verità, di poesia e di teatro.
Descrive la voglia di un ragazzo di essere se stesso e di affermare i propri sentimenti in modo discreto con immaginazione e sentimento.
Il film evidenzia il perbenismo di un ambiente scolastico per il quale non era permessa alcuna fuga dalla realtà.
Neil, giovane studente, ottimo attore, seguace attento degli insegnamenti del professore Keating, ragazzo timoroso e rispettoso dell’autorità, diventa attraverso la poesia un eroe di quei tempi.
Diventa l’uomo che con il suo sacrificio ( il suo suicidio) ha saputo urlare alto un grido di ribellione originale verso una società che non era affatto cambiata nonostante le vere o supposte rivoluzioni attraverso le quali era passata.
La rivoluzione gentile dell’ultima scena, degli studenti in piedi sui banchi, che sussurrano “ Capitano, mio capitano” al loro professore, è secondo me l’immagine simbolo di una nuova epoca che stava nascendo.
Una nuova epoca in cui senza rendermene conto mi ero improvvisamente ritrovato, fatta di poesia e non di forza, di parole sussurrate e non di urla, che in fondo apprezzavo più di tutto quanto avevo vissuto fino a quel momento.
Roberto Pareschi-reporter cooperator contg.news
