#arte&storia#La deportazione degli ebrei dal ghetto di Roma raccontata da Giulio Pavignano

Settantanove anni fa, il 16 ottobre ’43, si verificava uno degli eventi più tristemente famosi nella storia della Shoah in Italia: le SS che da poche settimane occupavano Roma penetrarono nel ghetto ebraico (più o meno nei pressi dell’isola Tiberina) e sequestrarono con la forza 1259 ebrei, uomini, donne e bambini.


L’azione, eseguita in ossequio a precise istruzioni dalla Germania, era stata preceduta da un ricatto che, alla luce degli eventi successivi, appare come un’atroce beffa: il 26 settembre il nazista Kappler aveva convocato i capi della comunità e aveva preteso un riscatto di 50 Kg d’oro entro 36 ore per evitare la deportazione di 200 ebrei. La quantità fu raccolta e consegnata, ma il versamento della somma non impedì la retata di ottobre.


Il giorno e l’ora (sabato, festività ebraica, all’alba) furono scelti per sorprendere quante più vittime possibili nelle loro case: dopo aver dato venti minuti per prepararsi, i nazisti ammassarono tutti in strada -compresi anziani e malati, portati fuori a forza- e li condussero via. Nei due giorni successivi, alcuni prigionieri vennero liberati perché stranieri, o di sangue misto, o coniugi di cattolici; il 18 ottobre i 1023 ebrei rimasti
vennero caricati su 18 carri bestiame con destinazione Auschwitz.

il Ghetto di Roma

Ne ritorneranno vivi 16 (15 uomini e una donna, che morirà, ultima dei sopravvissuti, nel 2000).


L’efferato crimine nazista si servì della collaborazione dei fascisti, che diedero le informazioni necessarie ma, per scelta dei tedeschi, non parteciparono direttamente all’azione.

rallestramento del Ghetto di Roma

Ma soprattutto si consumò nel silenzio del Vaticano, che non emise note ufficiali di protesta, limitandosi a contatti con l’ambasciatore tedesco nella speranza di poter mutare attraverso le vie della diplomazia la sorte di quegli sventurati:
speranza che si rivelò presto fallace. Questo mancato intervento pubblico sarà uno dei fatti che, negli anni seguenti, peserà sulla memoria di Pio XII, accusato di aver taciuto per paura e convenienza sul tragico destino di milioni di ebrei. (Ci fu chi disse, ad esempio, che avrebbe dovuto recarsi alla stazione Tiburtina, impedendo con la sua presenza fisica la partenza dei convogli verso i campi di sterminio). Quali motivazioni spinsero il papa a non compiere in quegli anni gesti eclatanti, come lettere di protesta, radiomessaggi o
pubbliche condanne delle persecuzioni antiebraiche? Nella consapevolezza che sarebbe presuntuoso, oltre che semplicistico, proporre in poche righe una risposta adeguata a un interrogativo del genere, sul quale da decenni dibattono fior di storici, nel prossimo articolo tenterò almeno di presentare i termini essenziali del dilemma in cui Papa Pacelli si è trovato.

Pubblicato da Emanuele Dondolin

Direttore Responsabile ed Editoriale di Contg.News Iscritto all'Ordine dei Giornalisti Pubblici

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