L’epoca delle grandi esplorazioni

a cura della Rubrica Le Memorie & I Viaggi di Luca Roverselli

Fino al XV Secolo la cultura dell’Occidente era rimasta chiusa entro i confini del suo mare e le sponde del Mediterraneo erano quasi diventate barriere invalicabili per le marinai delle sue navi. Nel corso della storia occidentale che allora aveva già due millenni, è pur vero che c’erano state alcune incursioni di alcuni avventurieri e di alcuni condottieri al di fuori delle aree del Mare Nostrum, ma si era sempre trattato di fugaci incursioni iniziate e terminate in un tempo molto breve. Alessandro Magno fu primo governante ad utilizzare l’arma della propaganda per assicurarsi la collaborazione incondizionata delle sue forze militari e il sostegno del suo popolo. Egli costruì un’imponente struttura mediatica con il compito di diffondere l’idea che la sua persona fosse diretta discendente di alcuni semidei dell’antichità.

Alessandro Magno

Un tale argomento allora era in grado di esercitare un forte ascendente e Alessandro, che era altresì un eccellente stratega militare oltre ad esserlo nel campo della comunicazione, riuscì ad estendere il suo Impero nel profondo Oriente, fino alle terre del Pakistan e dell’India. All’epoca il grande conquistatore macedone riconobbe sempre un rispetto per la cultura delle genti che venivano assorbite all’interno delle terre in suo dominio, ma non furono mai condotte ricerche con lo scopo di conoscere le intime caratteristiche delle culture di quei popoli. Proprio intorno alla data della morte di Alessandro un geografo ed esploratore greco, Pitea, si spinse con le sue navi all’estremo nord del continente europeo. Il navigatore greco si era spinto alla ricerca di miniere dalle quali estrarre lo stagno, importante minerale per le lavorazioni metallurgiche dell’epoca e a sei giorni di navigazione a Nord della Gran Bretagna sbarcò su di un’isola che pareva affiorare dal confine del mondo e le diede il nome di Thule (terra del mito), descrivendola come una fredda terra, di fuoco e di ghiaccio, sulla quale il Sole non tramonta mai. Nell’estate artica la nostra stella non scende mai al di sotto dell’orizzonte e quella descrizione dell’antico esploratore prova senza dubbio che egli visitò realmente quella terra in capo al mondo.

Antonio Pigafetta

Oggi si pensa che l’isola sulla quale sbarcò Pitea potesse essere l’Islanda e l’ipotesi è verosimile proprio per la grande attività del suo sottosuolo, tale da mostrarla agli occhi di quegli antichi viaggiatori come una terra di fuoco. Successivamente, in pieno Medioevo, un esploratore normanno, Erik Thorvaldsson, noto come Erik il Rosso, un uomo molto violento, esiliato dalla sua terra a causa di una serie di omicidi che aveva commesso, si imbarcò verso la fine del X Secolo alla ricerca di alcune isole che aveva sentito descrivere da quei pescatori che allora spingevano le loro imbarcazioni ad Ovest dei mari del nord.

Erik il Rosso

Erik approdò quindi in Groenlandia e suo figlio Leif raggiunse successivamente le coste del continente Nordamericano. C’erano state quindi molte incursioni al di fuori delle coste mediterranee in tempi antichi e durante i secoli del Medioevo, ma mai si era tentato di conoscere e comprendere le importanti caratteristiche intellettuali e cognitive che avevano quei popoli lontani che venivano visitati. Quel passo non era ancora pronto e fu compiuto solo durante l’età storica che ha preso il nome di “Rinascimento”. In quel tempo si iniziava a rendersi conto di quanto fosse immenso il pianeta sul quale l’uomo aveva la sua dimora e l’avventura dei grandi viaggi per mare rese piena quella sensazione. Era il secolo della ri-scoperta delle Americhe e al tempo di Colombo i viaggi per mare erano paragonabili alle missioni spaziali del XX Secolo. La vastità dell’oceano celava pericoli ignoti e le unità navali di cui i navigatori disponevano erano a malapena in grado di tenere il mare.

il grande navigatore Ferdinando Magellano

La costruzione di una nave era infatti una vicenda piuttosto lunga e le unità navali restavano in cantiere, su di una struttura che si trovava all’asciutto, anche per parecchi anni. In quelle condizioni i legnami che costituivano l’ossatura dell’imbarcazione risentivano per quel lungo periodo dell’azione della gravità che provocava un vistoso inarcamento dei ponti. Successivamente, quando avveniva il varo, la forza generata dalla spinta idrostatica dell’acqua generava improvvisamente uno sforzo opposto, insellando violentemente quelle stesse strutture. Il risultato era l’inevitabile apertura di varie falle nel fasciame e la tenuta stagna dello scafo risultava pesantemente compromessa. A quel punto entravano in azione i calafatari che sigillavano quelle pericolose ferite del legno attraverso l’inserimento di stracci imbevuti di catrame e con l’uso di altri arnesi adattati a svolgere la funzione di toppa. Non è difficile capire che attraversare l’oceano ed affrontare le tempeste a bordo di una nave così rabberciata non fosse certamente una condizione di viaggio sicura.

il navigatore greco Pitea

Oltre a ciò c’era un’estrema difficoltà nell’approvvigionamento dei viveri a bordo. La durata degli alimenti era infatti molto breve per la mancanza di dispositivi frigoriferi per la loro conservazione e i naviganti disponevano solo di una riserva di carne salata che presto imputridiva divenendo inservibile e soffrivano altresì per la mancanza assoluta di frutta e verdura che erano impossibili da conservare. La mancanza di vitamina C era cronica e lo scorbuto era una malattia che causava all’epoca un gran numero di decessi. Anche l’acqua dolce imbarcata all’inizio del viaggio, dopo un certo periodo risultava imbevibile e se non si avvistava terra in tempo per rinnovare le risorse alimentari, l’intero equipaggio era destinato alla morte. Queste condizioni di viaggio estreme tendevano ad incrementare la percezione delle distanze. I popoli che venivano visitati erano visti come totalmente slegati dal mondo noto e il fascino per la loro cultura e l’interesse per la loro sapienza raggiungevano valori fino ad allora ignoti. I tempi di attraversata erano poi molto lunghi e quindi il contatto con quelle genti era inevitabilmente prolungato. Quando il grande navigatore portoghese Ferdinando Magellano, nel corso del suo viaggio di circumnavigazione del globo, sbarcò sulle estreme coste meridionali del continente Americano il suo cronista, il vicentino Antonio Pigafetta dalle cui parole conosciamo tutte le tappe del viaggio del grande navigatore, descrisse l’incontro con una popolazione di giganti, dalla voce molto sgraziata e con una statura tale che i marinai europei arrivavano con la testa all’altezza della loro alla cintura.

la rivoluzione dell’arte figurativa nel Rinascimento

Pigafetta dipinge quella lontana terra abitata da un inquietante popolo di giganti quasi come fosse un altro mondo, raggiunto dopo mesi di viaggio attraverso un mare sconosciuto. L’avventura delle grandi esplorazioni era fatta di viaggi nell’ignoto. Nella direzione opposta a Magellano navigò un altro grande esploratore portoghese, Vasco da Gama. Egli fu il primo a raggiungere l’India navigando verso Ovest, doppiando Capo di Buona Speranza, all’estremo Sud del continente Africano. Da quel momento i contatti e le conoscenze possedute dal lontano Oriente aumentarono moltissimo la loro influenza nell’evoluzione del pensiero occidentale. Il contatto con la cultura indiana fu infatti un punto di svolta per l’Occidente. Lo fu in due ondate successive. Da quei popoli erano arrivati nel vecchio continente già da qualche tempo due concetti che resero possibile tutta la successiva evoluzione del pensiero scientifico.

un ritratto di Vasco da Gama

Attraverso gli arabi e per la via spagnola giunsero le nozioni matematiche della notazione posizionale e dello zero, grazie al matematico persiano Muhammad ibn Musa al-Khwarizmi, che le apprese in India nel IX Secolo e dal cui nome deriva il termine algoritmo (procedura sistematica di calcolo). In matematica è infatti dimostrato che la creazione di un qualsiasi algoritmo con l’uso dei numeri romani, che fino ad allora erano gli unici utilizzati in Occidente, risulta in effetti impossibile.

Muhammad al-Khwarizmi

Con i numeri romani non sarebbe perciò stato possibile il calcolo infinitesimale e tutta l’analisi matematica che sta alla base dell’indagine scientifica moderna. La seconda onda di matrice orientale appartiene proprio al tempo delle grandi esplorazioni e porta in Europa una visione gerarchica della natura, descritta nel sapere e nel mito di quelle antiche civiltà che vivevano la in Oriente, oltre l’orizzonte da cui nasce il Sole. Il modello di rappresentazione del mondo che aveva quell’antico popolo è molto vicino alla visione dello “scetticismo” che si è diffuso nel pensiero occidentale e che via via si è trasformata secondo i canoni e la logica linguistica della cultura di ponente, mantenendo però intatte le intuizioni che appartenevano all’origine. Il concetto di base, il più profondo che possediamo, è la consapevolezza che ciò che vediamo dinanzi a noi non sia in effetti il mondo reale e da ciò partire alla sua ricerca.

una raffigurazione artistica dell’isola di Thule

Gli antichi orientali lo cercavano all’interno della struttura dell’uomo e intrecciato con la sua stessa natura, mentre in Occidente cerchiamo la realtà più intima delle cose attraverso una logica inversa e quindi la indaghiamo passando attraverso l’analisi sistematica di ciò che ci mostrano, di fronte e all’esterno di noi, i nostri sensi. Sappiamo però che quella non è la vera natura dell’universo e oggi possiamo godere dei primi frutti di quella consapevolezza e di quelle ricerche. L’attuale paradigma (modello) che utilizza la fisica fondamentale per rappresentare la struttura più intima del mondo reale è infatti quello della Quantistica, che riconosce l’impossibilità in via di principio di osservare il mondo fisico nella sua struttura profonda, che sta nella funzione d’onda. Quando un osservatore umano cerca di osservare quell’entità fisica, essa infatti si cela e resta visibile solo una sua particolare declinazione fenomenica a tono con lo stato di coscienza dell’osservatore. Ma siamo certi che la natura profonda della funzione d’onda, così diversa dal mondo che conosciamo sia fisicamente reale? La risposta è oggi affermativa per il fatto che essa è alla base della computazione quantistica, che avviene in parallelo, proprio all’interno di quel luogo-non luogo nel quale tutto è intrecciato (in entanglement) in un modo che non ha corrispettivi nel mondo che vediamo.

una raffigurazione dei giganti descritti da Antonio Pigafetta

Pubblicato da Emanuele Dondolin

Direttore Responsabile ed Editoriale di Contg.News Iscritto all'Ordine dei Giornalisti Pubblici

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