
Francesco Petrarca è una delle “tre corone” della letteratura italiana, insieme a Dante Alighieri e Giovanni Boccaccio; se il toscano del XIV secolo è diventato la lingua nazionale italiana (prima solo per usi letterari, poi il suo ruolo si è ampliato), il merito è proprio di questi tre geniali scrittori, che determinarono la supremazia del toscano sugli altri volgari italiani.


Francesco Petrarca nacque ad Arezzo il 20 luglio 1304 e si spense ad Arquà nella notte fra il 18 e il 19 luglio 1374, alla vigilia del settantesimo compleanno. Arquà si trova in provincia di Padova e nel 1868, in onore del poeta, modificò il suo nome in Arquà Petrarca.

I genitori sono Petracco di Ser Parenzo ed Eletta Canigiani; Francesco aveva un fratello minore, Gherardo, divenuto monaco certosino nel 1343. Quando il futuro poeta aveva quindici anni, Petracco lo sorprese a leggere i classici e si infuriò così tanto da bruciargli i libri; se ne salvarono soltanto due: uno di Virgilio, l’altro di Cicerone.

L’opera petrarchesca che conosciamo tutti è il Canzoniere (o Rerum vulgarium fragmenta), una raccolta di trecentosessantasei liriche, nella quale il poeta canta il suo amore per Laura. All’interno della raccolta alcune delle poesie più importanti sono: Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono, Movesi il vecchierel canuto et biancho, Solo et pensoso i più deserti campi, Padre del ciel, dopo i perduti giorni, Erano i capei d’oro a l’aura sparsi, Chiare, fresche et dolci acque, Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno, Di pensier in pensier, di monte in monte, Passa la nave mia colma d’oblio, O cameretta che già fosti un porto, La vita fugge, et non s’arresta una hora e Vergine bella, che di sol vestita. Ci pare però degna di menzione anche la lirica Quand’io son tutto vòlto in quella parte, perché è costituita interamente da rime equivoche: ad esempio nella prima quartina “luce” è verbo (nel senso di “risplende”) al verso 2 e sostantivo al verso 3. Precisiamo che le poesie di Francesco Petrarca non hanno un titolo (coloro che parlano bene dicono che sono “anepigrafi”): quelli che abbiamo riportato noi sono gli incipit. Fra le edizioni odierne del Canzoniere ricordiamo quella a cura di Raffaele Manica per la casa editrice Newton.

Nel XVI secolo Pietro Bembo stabilì che chi scriveva in versi in volgare doveva imitare il Canzoniere; fra l’altro nelle Prose della volgar lingua Bembo propose un paragone fra Dante Alighieri e Francesco Petrarca, esprimendo la sua netta preferenza per il secondo. Ma l’influenza di Petrarca non si limitò all’Italia, perché egli divenne il modello dei poeti di tutta Europa.

Altre opere petrarchesche: Trionfi, Secretum, Africa, Bucolicum carmen, De vita solitaria, De otio religioso, De viris illustribus. La prima di queste opere è in volgare, le altre sei sono in latino.

Michel Camillo-Redazione

