Il Dolore Infinito di Napoli per il Teatro Sannazaro Ridotto in CenereNapoli                                                                           di Antonio Borsa       

                                                                                                                                                                        C’è un silenzio che pesa più di mille parole in questi giorni per le strade di Chiaia. Un silenzio rotto solo dal ricordo di applausi lontani, di risate contagiose e di monologhi che hanno scolpito l’anima di una città. Il Teatro Sannazaro, quella che tutti chiamavamo affettuosamente “la bomboniera di via Chiaia”, non c’è più. Divorato da un incendio feroce nella notte tra il 16 e il 17 febbraio, è diventato un cumulo di macerie fumanti, un vuoto che ferisce il cuore di Napoli come una pugnalata inaspettata. E noi, napoletani, ci sentiamo orfani. Orfani di un pezzo di storia, di un luogo che era molto più di un palcoscenico: era il nostro rifugio culturale, il testimone silenzioso di generazioni che hanno riso, pianto e sognato tra quelle pareti ornate di stucchi dorati.Immaginate la scena: è l’alba di un martedì qualunque, intorno alle 6 del mattino. Le prime luci filtrano tra i palazzi eleganti di via Chiaia, quando improvvisamente un odore acre di bruciato invade l’aria. I residenti dei condomini vicini si svegliano di soprassalto, tossendo per il fumo denso che si insinua dalle finestre. Le fiamme, partite forse da un cortocircuito nel tetto o in un palazzo adiacente – le indagini della Procura sono ancora in corso per incendio colposo – si propagano con una velocità terrificante. La cupola di legno, quel gioiello architettonico che sovrastava la platea, crolla con un boato che squarcia il silenzio della notte. In poche ore, tutto è perduto. Le poltrone rosse di velluto, i palchi decorati, il sipario che ha svelato innumerevoli storie: tutto ridotto in cenere. I danni? Stimati tra i 60 e i 70 milioni di euro, una cifra che non rende giustizia al valore inestimabile di ciò che è andato distrutto.Per fortuna, non c’erano spettacoli in programma quella notte. Altrimenti, sarebbe stata una tragedia umana inimmaginabile, una strage che avrebbe aggiunto orrore all’orrore. Eppure, il fuoco non ha risparmiato sofferenze: diverse persone sono rimaste intossicate dal fumo tossico, circa 60 residenti sono stati evacuati dai loro appartamenti, e due vigili del fuoco hanno riportato ferite lievi durante le operazioni di spegnimento. Immagini che stringono il petto: famiglie in pigiama per strada, avvolte in coperte, con lo sguardo perso verso quel mostro arancione che divorava il loro quartiere. Napoli si è svegliata con una ferita aperta, e il dolore è palpabile in ogni angolo della città. Ma per capire davvero la profondità di questa perdita, dobbiamo ripercorrere la storia di questo teatro, un capitolo luminoso della Napoli ottocentesca. Il Sannazaro nacque nel 1874, per volere del duca Giulio Mastrilli di Marigliano, che lo fece erigere sull’area dell’antico chiostro dei Padri Mercedari spagnoli, accanto alla chiesa di Sant’Orsola. Progettato dall’architetto Fausto Niccolini, fu inaugurato il 26 dicembre di quell’anno con una grande soirée che radunò l’aristocrazia napoletana. Da allora, divenne un simbolo di eleganza e innovazione: fu uno dei primi teatri in Italia a introdurre l’illuminazione elettrica, un dettaglio che lo rese all’avanguardia in un’epoca di candele e lampade a gas.Sulle sue assi hanno calcato giganti del teatro. Eleonora Duse, con la sua intensità drammatica, incantò il pubblico qui. Eduardo Scarpetta portò in scena le sue commedie brillanti, fondando le basi della tradizione comica napoletana. E poi i fratelli De Filippo: Eduardo, Peppino e Titina, che trasformarono il Sannazaro in un tempio della risata intelligente e della riflessione sociale. Ricordate “Natale in casa Cupiello”? O “Filumena Marturano”? Pezzi di quell’eredità sono nati o hanno vissuto qui, tra applausi scroscianti e sipari che si chiudevano su emozioni indelebili. Negli anni ’30, il teatro visse un declino, convertito persino in sala cinematografica durante la guerra. Ma rinacque nel 1969 grazie alla passione di Nino Veglia e Luisa Conte, che lo riportarono alla sua vocazione originaria. Dal 1971, con la riapertura e la fondazione della Compagnia Stabile Napoletana, divenne il baluardo della tradizione partenopea. Oggi, gestito dalla famiglia Veglia-Sansone, con Lara Sansone – nota anche per il suo ruolo in “Un Posto al Sole” – al timone, era riconosciuto dal Ministero della Cultura come centro di produzione teatrale. Un luogo vivo, pulsante, dove la napoletanità si esprimeva in tutta la sua vitalità.

E ora? Ora quel luogo è un cratere di rovine. Le parole della proprietà, Lara Sansone e la famiglia, trasudano un dolore profondo: “La nostra ‘bomboniera di Chiaia’ è andata in fumo in poche ore. Il nostro dolore è talmente forte da renderci difficile persino rispondere a una telefonata”. Un sentimento condiviso da tutta la città. Il sindaco Gaetano Manfredi ha promesso una ricostruzione rapida: “Tornerà più bello di prima. Stiamo pensando a una Fondazione e a una sede temporanea per non fermare la cultura”. Offerte di aiuto arrivano persino dall’estero, a testimonianza di quanto il Sannazaro fosse un patrimonio non solo napoletano, ma italiano e europeo. Artisti come Lina Sastri hanno espresso il loro sgomento: “Va difesa l’unicità di questo teatro, simbolo della nostra identità”. Persino gli ultras del Napoli, dalla Curva B, hanno esposto uno striscione allo stadio Maradona: “Tradizione, arte e identità. Ridateci subito questo simbolo della nostra città!”. Un gesto che unisce il mondo del calcio a quello della cultura, mostrando quanto il Sannazaro fosse radicato nel tessuto sociale.Ma al di là delle promesse, il dispiacere è immenso. Napoli perde un pezzo di sé. In un’epoca in cui la cultura è spesso sacrificata sull’altare dell’economia, vedere un teatro storico svanire in fiamme è un monito doloroso. Pensate a quante storie non saranno più raccontate su quel palco, a quante risate non echeggeranno più tra quei balconi dorati. È come se una parte della nostra anima collettiva fosse bruciata con esso. Ricordo personally – e credo sia un ricordo condiviso da molti – le serate passate lì, avvolti dall’atmosfera intima di un luogo che sembrava sussurrare segreti del passato. La “bomboniera” non era solo un edificio: era un amico, un confidente, un custode di emozioni.Eppure, in mezzo al lutto, germoglia una scintilla di speranza. Napoli è una città resiliente, forgiata da eruzioni, terremoti e rinascite. Il Sannazaro rinascerà, ne siamo certi. Ma oggi, permetteteci di piangere. Di piangere per ciò che è perso, per i ricordi inceneriti, per un vuoto che non si colmerà facilmente. Che questo incendio sia un richiamo a proteggere il nostro patrimonio, a non dare per scontato ciò che ci rende unici. Addio, cara bomboniera. Ci manchi già immensamente. E che la tua fenice risorga presto dalle ceneri, per continuare a illuminare le nostre vite con l’arte eterna del teatro.

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