Perché la Kickboxing Merita lo Stesso Palcoscenico della Boxe: Un Appello per l’Equilibrio negli Sport da Combattimento. Di Antonio Borsa- kickboxer-

In un’arena illuminata da riflettori abbaglianti, dove il sudore si mescola al sangue e il suono dei guantoni che colpiscono riecheggia come un tuono, la boxe ha regnato sovrana per decenni. È lo sport dei giganti, dei miti come Muhammad Ali, che fluttuava come una farfalla e pungeva come un’ape, o Mike Tyson, il cui morso ferino ha segnato epoche. Le televisioni la adorano: eventi in pay-per-view che incassano milioni, fighter che diventano milionari in una notte, con borse da capogiro che fanno impallidire qualsiasi altro atleta. Ma ecco la mia confessione, cari lettori: mentre la boxe si crogiola in questa gloria dorata, c’è un altro sport da combattimento che langue nell’ombra, un’arte marziale che pulsa di energia pura, di versatilità e di uno spettacolo che potrebbe far tremare le fondamenta del ring. Sto parlando della kickboxing, e credo fermamente che meriti lo stesso livello di attenzione, lo stesso fiume di investimenti e lo stesso amore mediatico che la boxe riceve. Non è solo una questione di giustizia sportiva; è una rivoluzione che potrebbe ridisegnare il panorama degli sport da contatto, portando più adrenalina, più diversità e più passione nelle nostre serate televisive.Immaginatevi questo: un pugile che danza sul ring, limitato ai suoi pugni potenti ma prevedibili, contro un kickboxer che trasforma il corpo in un’arma multifunzionale. Calci alti che sfiorano il cielo, ginocchiate che colpiscono come martelli pneumatici, combinazioni che mescolano velocità e potenza in un balletto letale. La kickboxing non è solo un’estensione della boxe; è un’evoluzione. Offre una varietà di tecniche che rende ogni match un’esplosione imprevedibile di azione. Ricordate quell’incontro epico in cui un high kick ha mandato a tappeto un campione imbattuto? È il tipo di momento che fa saltare il pubblico dalle sedie, che diventa virale sui social in pochi secondi. Mentre la boxe, con il suo focus esclusivo sui pugni, può scivolare in round tattici e difensivi – belli, certo, ma a volte lenti come una partita a scacchi – la kickboxing mantiene un ritmo incessante, un flusso di energia che cattura l’attenzione dal primo gong all’ultimo. È spettacolo puro, un fuoco d’artificio che esplode in colori vividi, e in un’era dominata dall’intrattenimento rapido, merita di essere trasmessa in prima serata, non relegata a canali secondari o piattaforme di nicchia.Ma andiamo oltre lo spettacolo: la kickboxing ha radici culturali che la rendono un ponte tra mondi. Nata dall’incrocio di tradizioni antiche come il Muay Thai tailandese, con i suoi otto punti di contatto – pugni, gomiti, ginocchia e calci – e influenze dal karate giapponese o dal savate francese, è uno sport globale per eccellenza. In Olanda, dove la kickboxing è quasi una religione, arene come quelle di Glory si riempiono di fan urlanti, creando un’atmosfera elettrica che rivaleggia con i grandi match di boxe a Las Vegas. In Asia, è intrecciata con la storia e la spiritualità, un’arte che insegna disciplina e resilienza. Eppure, mentre la boxe domina le trasmissioni americane e europee, con network che pompano milioni in promozioni, la kickboxing lotta per un posto al sole. Immaginate se le grandi TV, quelle che trasmettono incontri di boxe con audience da record, decidessero di investire: potremmo vedere fighter asiatici sfidare europei in eventi transcontinentali, attirando un pubblico multiculturale che la boxe, con le sue origini più occidentali, fatica a raggiungere. È un’opportunità persa, un tesoro nascosto che potrebbe unire nazioni sotto il segno del combattimento.E non dimentichiamo i benefici per chi guarda e per chi pratica. La kickboxing non è solo da osservare; è da vivere. Coinvolge tutto il corpo, dalle gambe potenti per i calci alle braccia per i jab fulminei, offrendo un allenamento completo che brucia calorie, scolpisce muscoli e affina la mente. Negli ultimi anni, è diventata una star nel mondo del fitness: palestre piene di appassionati che imparano mosse di base, trasformando lo stress quotidiano in colpi precisi contro un sacco. È accessibile, empowering, soprattutto per le donne che trovano in essa un modo per reclamare forza e fiducia. La boxe, per quanto nobile, si concentra sulla parte superiore del corpo, lasciando le gambe come semplici supporti. Ma la kickboxing? È un’arte totale, un invito a muoversi come un guerriero moderno. Se le TV la promuovessero come fanno con la boxe – magari con speciali che alternano match pro a consigli per principianti – potrebbe ispirare una generazione intera a lasciare il divano e indossare i guantoni. Invece, rimane un segreto per pochi, mentre i pugili incassano fortune e diventano icone globali.Parliamo di knockout, quei momenti che definiscono uno sport. Nella kickboxing, sono epici, drammatici, spesso inaspettati. Un calcio rotante che colpisce la tempia, una ginocchiata che piega l’avversario: sono finali che lasciano senza fiato, perfetti per l’era dei reel e dei TikTok. La boxe ha i suoi highlight, certo – quel gancio di Rocky che riecheggia nei film – ma spesso i match si decidono ai punti, in una danza strategica che premia la pazienza più dell’esplosività. La kickboxing, al contrario, premia l’audacia, l’innovazione, creando star che potrebbero rivaleggiare con i grandi della boxe. Pensate a fighter come Rico Verhoeven, il re olandese che domina con una miscela di potenza e intelligenza, o Superbon, il tailandese che incarna la grazia letale del Muay Thai. Con più esposizione televisiva, questi atleti potrebbero diventare leggende, attirando sponsor e fan che oggi gravitano solo intorno alla boxe. È un circolo vizioso: meno TV significa meno soldi, meno talenti attirati, meno spettacolo. Ma rompere questo ciclo potrebbe elevare l’intero ecosistema degli sport da combattimento.E veniamo al cuore del problema, quello che brucia di più: la disparità economica. I pugili guadagnano tremendamente di più – borse da decine di milioni per un solo incontro, endorsement che li rendono miliardari. È grazie alle TV, alle pay-per-view, ai grandi promoter che pompano hype. La kickboxing, invece, vede i suoi top fighter accontentarsi di cifre modeste, spesso insufficienti per una carriera sostenibile. Non è per mancanza di talento: questi atleti sono élite, con una preparazione che richiede versatilità e resistenza sovrumane. Meritano di più, meritano lo stesso palco. Se le reti televisive dessero alla kickboxing lo spazio che riserva alla boxe, i compensi salirebbero, attirando giovani promesse e creando un ciclo virtuoso. Non è solo business; è giustizia. In un mondo dove lo sport dovrebbe premiare il merito, non il marketing, la kickboxing rappresenta l’underdog che lotta per emergere.In conclusione, amici lettori, è tempo di un cambiamento. La kickboxing non è l’ombra della boxe; è la sua sorella più audace, più vibrante, pronta a conquistare il mondo. Offre azione incessante, un’eredità globale, benefici reali per la salute e knockout che rimangono impressi nella memoria. Ma per brillare, ha bisogno di quelle luci televisive che oggi illuminano solo i pugili. Immaginate un futuro dove eventi di kickboxing riempiono stadi, dove fighter diventano eroi culturali, dove il pubblico sceglie tra un uppercut e un roundhouse kick. Non è un sogno; è una possibilità concreta, se solo i media aprissero gli occhi. La kickboxing merita lo stesso rispetto, lo stesso investimento, lo stesso amore. È ora di dare a questo sport il palcoscenico che si è guadagnato con ogni colpo, ogni sudore, ogni vittoria. E voi, cari appassionati, siete pronti a unirvi alla rivoluzione?

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