Un viaggio nella storia degli errori più pesanti dal dischetto: giusto giudicare un giocatore da un rigore sbagliato?
Francesco De Gregori cantava:”Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore”. Era la Leva Calcistica del ’68, ma ancora oggi la regola è rimasta immutata e sono tanti gli esempi che sono dei veri e propri campioni con il neo di aver sbagliato un tiro dagli undici metri decisivo.
Dal “Divin Codino” Roberto Baggio ai Mondiali USA ’94 in finale contro il Brasile all’ultimo caso in ordine di tempo di Alessio Cerci che con il suo errore dal dischetto contro la Fiorentina ha condannato il Torino dopo un’annata spettacolare a non disputare l’Europa League la prossima stagione, passando per l’errore (ricordato con gioia da tutti noi italiani) di David Trezeguet durante la finale dei Mondiali 2006 in Germania o lo sbaglio di Ciccio Graziani che ha fatto piangere la Roma giallorossa nella finale di Coppa dei Campioni del 1984 contro il Liverpool, la condanna dal dischetto ha cambiato la sorte di diversi eventi nella storia del calcio facendo gioire o piangere le tifoserie delle squadre interessate.
Molto spesso l’errore è stato causato dalla bravura del portiere che su questo fondamentale hanno costruito le loro carriere: basti pensare a Nelson Dida, portiere del Milan considerato allo stremo di un bidone fino alla finale di Champions League 2003 contro la Juventus all’Old Trafford dove diventa l’Hombre del Partido ai calci di rigore ipnotizzando i tiratori bianconeri. Emblematica anche la storia di Jerzy Dudek che nel match contro il Milan che assegna la Champions League 2005 gioca un match da Dottor Jeckyl e Mister Hyde: nel primo tempo è costretto a raccogliere nella sua rete tre palloni insaccati da Maldini e Crespo (due volte) che fanno pensare ai tifosi dei Reds come si possa schierare un portiere del genere. La risposta arriva nella ripresa dove Dudek salva il salvabile e Gerrard e compagni recuperano i tre gol incassati nel primo tempo: si arriva ai tempi supplementari dove sostanzialmente non succede nulla e ai calci di rigore il portiere polacco neutralizza Andriy Shevchenko grazie ai movimenti folkloristici sulla linea di porta che disorientano i tiratori rossoneri. Dudek, dopo quel grande successo, riuscì a guadagnarsi il rispetto di tutti e dopo qualche anno diventò il portiere del Real Madrid, coronando con le Merengues una grande carriera nata una sera di maggio ad Istanbul.
Alcuni portieri sono invece riconosciuti come pararigori di assoluto valore. In passato Gianluca Pagliuca era tra i migliori in questo fondamentale, ancor più vicino ai giorni nostri il caso di Samir Handanovic. Oggi possiamo pensare a Sommer o Maignan in Serie A, ma i casi in Europa sono molti. Portieri che studiano le esecuzioni passate dei rigoristi per arrivare pronti al momento necessario.
È la vera poesia del calcio: vengono scritte storie e carriere dei giocatori che senza quei benedetti (o maledetti, a seconda dei casi) undici metri non avrebbero preso quella strada che li ha portati ad essere in paradiso o all’inferno. Ma De Gregori aveva ragione: non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore.
Stefano Villa – reporter cooperator
L’opinione sportiva di Stefano Villa: UNDICI METRI POSSONO CAMBIARE LA VITA?
