“La domenica è il giorno del Signore. Il venerdì è il giorno di Landini.”

Ormai è impossibile negarlo: in Italia è nato un nuovo culto civile, la liturgia dello Sciopero del Venerdì e, come ogni religione che si
rispetti, ha il suo profeta devoto, il suo sacerdote instancabile, il suo celebrante della Sacra Mezza Giornata: Maurizietto del Weekend, per
gli amici Sua Pausa Eminenza, il custode del calendario sindacale più prevedibile del Paese.
Il rito è sempre lo stesso: arriva il venerdì, si agita la “bandiera del lavoro” (ammesso che tutti i partecipanti conoscano davvero il
significato del verbo lavorare) si sfilano due isolati, si scatta qualche foto, e poi ci si vede direttamente lunedì.
Una liturgia talmente regolare che potrebbe essere inserita nei bollettini meteo: “Venerdì: nuvoloso, possibili piogge, sciopero di Landini
puntuale come sempre”.
Il problema, però, è che mentre l’Italia produttiva corre, questi continuano imperterriti a mettere in scena la stessa rappresentazione, con lo
stesso copione, la stessa retorica, la stessa prevedibilità che ormai sfiora la caricatura.
Perché un Paese non si regge trasformando il venerdì in un passatempo sindacale, non costruisce un futuro confondendo la protesta con un
weekend anticipato, il venerdì non è un trofeo da esibire, non è un ponte programmabile, non è il pretesto per sfilare un’ora e poi sparire fino
al lunedì.
Ed è davvero preoccupante vedere temi enormi ridotti a un volantino stampato di corsa e a un corteo espresso.
La complessità del lavoro, dell’economia reale, della produzione viene trattata come uno slogan: facile da urlare, difficile da sostenere.
Servirebbe maturità, servirebbe competenza, servirebbe la capacità di guardare la realtà, non il calendario.
Chi organizza scioperi così, sempre uguali, sempre superficiali, sempre di venerdì, non sta difendendo il lavoro ma sta difendendo
l’abitudine, sta difendendo il rito, sta difendendo un modello stanco che non parla più a nessuno se non a sé stesso, si confonde il rumore con
un risultato, la ritualità con una soluzione, la bandiera con un’idea.
Così non si rappresentano i lavoratori: li si usa.
Si usa la loro fatica per sfilare un’ora e proclamare un trionfo che non esiste, ed è un equivoco pesante, un equivoco che schiaccia proprio
chi lavora davvero, chi produce davvero, chi tiene in piedi questo Paese ogni giorno senza chiedere applausi, senza chiedere venerdì liberi,
senza trasformare ogni fine settimana in una sceneggiata programmata.
L’Italia non può più essere ostaggio di chi considera il venerdì un comodo palcoscenico.
Non può più permettersi proteste riciclate, sempre identiche, sempre puntuali come una sveglia, sempre lontane dalla realtà, perché mentre
loro continuano nelle loro liturgie settimanali, c’è un’Italia che lavora davvero, che produce davvero, che costruisce davvero.
Un’Italia che non ha bisogno di fermarsi per farsi vedere, ma di muoversi per andare avanti.
Finché qualcuno penserà che il venerdì sia un’arma politica, l’unica cosa che riuscirà a fermare sarà sè stesso.
L’Italia del lavoro non guarda l’orologio sindacale, non aspetta il weekend per impegnarsi, non scambia il calendario per un programma
politico, l’Italia del lavoro va avanti.
Sempre, nonostante tutto e, soprattutto, nonostante loro.
Segreteria Provinciale
Gioventù Nazionale Biella

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