Un allenatore di grande carisma che ha portato l’Italia a conquistare un campionato europeo. Questo è molto altro è Roberto Mancini
Roberto Mancini da Jesi, ovvero quando la classe e il talento arrivano al potere. Dopo una grande carriera come sublime numero 10 di Bologna, Sampdoria e Lazio il “Mancio” diventa l’assistente di Sven Goran Eriksson sulla panchina biancoceleste, l’allenatore che aveva portato al successo la Lazio con Mancini giocatore nel 2000. L’esperienza come vice del tecnico svedese sarà fondamentale per la sua futura carriera da allenatore con tanto di vittoria in Supercoppa Italiana.
Da giocatore fece molta fatica con i “sergenti di ferro” come Eugenio Bersellini, suo tecnico ai tempi della Sampdoria, Mancini da allenatore ha sempre rispecchiato ciò che faceva vedere sul campo: scarsa imposizione di concetti tattici e maggior apertura al dialogo con i suoi giocatori. Se per molti questa può essere una pecca in realtà è uno dei maggiori pregi del tecnico jesino che lo ha portato ad ottenere grandi risultati.
Allenatore di poche ma significative parole, Mancini ha sempre avuto un ottimo rapporto con i compagni di squadra ai tempi del miracolo Sampdoria, portata nel 1991 alla conquista del titolo e l’anno successivo alla finale di Coppa Campioni persa contro il Barcellona ai tempi supplementari, tanto che molti sono diventati parte integrante del suo staff (Fausto Salsano, Sinisa Mihajlovic e Dario Marcolin sono solo alcuni esempi).
Dopo il ruolo di vice alla Lazio, e un breve ritorno al calcio giocato con la maglia del Leicester City in Inghilterra, la prima società che gli dà fiducia come capo allenatore è la Fiorentina che lo ingaggia nel febbraio del 2001 e Mancini la porta al successo in Coppa Italia nello stesso anno, il primo trofeo di una lunga serie in questa competizione che gli varrà il soprannome di Mister Coppa Italia.
Dopo 17 partite della stagione 2001/2002 alla guida dei viola da le dimissioni dopo che i tifosi lo accusano di scarso impegno. Dimostrazione che il carattere non gli è mai mancato, come ai tempi in cui deliziava il pubblico con le sue giocate e litigava con i Commissari Tecnici che non lo hanno mai visto di buon occhio. (Mancini verrà convocato solo per i Mondiali di Italia ’90 dove, tra l’altro, non viene utilizzato dal CT Azeglio Vicini).
La Lazio è un team legato a doppio filo alla carriera del Mancio e cosi nel 2002 torna sulla panchina biancoceleste questa volta come allenatore della prima squadra. Arriva un altro successo in Coppa Italia nella stagione 2003/2004 e le sue squadre iniziano a far intravedere un buon gioco di squadra che convince Massimo Moratti ad assegnarli la bollente panchina dell’Inter dopo le gestioni disastrose di Hector Cuper e Alberto Zaccheroni. Il patron nerazzurro, da sempre grande estimatore dei geni calcistici, voleva già portarlo a Milano anni prima per affidargli la squadra in campo e nel luglio 2004 il matrimonio può finalmente essere sancito.
Dopo anni di insuccessi e sonore batoste per gli interisti, Mancini riesce ad avviare un progetto vincente che porterà il club nerazzurro in vetta al mondo sotto la guida di Josè Mourinho. Coppa Italia, Supercoppa Italiana e Scudetti arrivano a ripetizione per la gioia dei tifosi interisti e del patron Moratti che vede finalmente ripagati i suoi sforzi dettati dal grande cuore. In Italia la squadra nerazzurra viaggia come un orologio svizzero contando sul talento di giocatori come Ibrahimovic, Crespo, Maicon e Julio Cesar, portiere scoperto e lanciato proprio dal Mancio, ma in Europa l’Inter sembra avere un blocco psicologico che le fa perdere molte occasioni (Villareal e Liverpool sono due esempi). Proprio dopo l’uscita dalla Champions contro i Reds guidati da Rafa Benitez Mancini, forse un po’ troppo a caldo, rassegna le dimissioni valide dal termine della stagione. Tornerà poi sui suoi passi ma ormai il rapporto con l’ambiente nerazzurro si è logorato e si concluderà con la vittoria dello scudetto nell’anno del Centenario sotto il diluvio torrenziale di Parma grazie alla doppietta del rientrante Zlatan Ibrahimovic e con l’avvicendamento in panchina a favore di Mourinho che concluderà il lavoro cominciato dal Mancio.
Nel dicembre 2009 è tempo per Mancini della prima esperienza all’estero: il Manchester City degli sceicchi vuole diventare uno dei team più forti d’Europa e Mancini è l’allenatore perfetto per avviare un progetto vincente simile a quello portato avanti in nerazzurro. Viene chiamato a sostituire Mark Hughes e i risultati gli daranno ragione visto che il Mancio porta a casa FA CUP e, soprattutto, il campionato inglese dopo un digiuno di molti anni. Qui al City ha un rapporto di amore-odio con Mario Balotelli che lo stesso Mancini aveva fatto esordire a 17 anni in Serie A nel suo periodo all’Inter e che ha espressamente voluto nella sua avventura inglese. Il tecnico di Jesi è stato l’unico a gestire, seppur con tanti alti e bassi, questo numero 45 dal talento cristallino ma con un carattere a dir poco difficile, e ci riuscì usando un po’ il bastone e un po’ con la carota.
Dopo l’addio ai Citizens Mancini viene chiamato a sostituire Fatih Terim al Galatasaray dopo che il totem turco aveva perso 6-1 il primo match del girone di Champions League contro il Real Madrid di Cristiano Ronaldo e Gareth Bale. Nonostante il pesante gap con cui parte il girone Mancini riesce a qualificare la squadra turca agli Ottavi di Finale come seconda del girone grazie alla vittoria nell’ultimo turno in casa contro la Juventus per 1-0 grazie ad un gol di Wesley Sneijder a quattro minuti dalla fine. Agli ottavi il Galatasaray verrà eliminato dal Chelsea di Mourinho, un tecnico che ha segnato moltissimi passaggi della sua carriera. Al termine della stagione Mancini lascia il club turco in attesa di una chiamata importante da qualche top club.
Ecco arrivare però il clamoroso colpo di scena: il 14 novembre 2014 Walter Mazzarri viene esonerato dall’Inter e al suo posto ecco arrivare proprio il Mancio, il ritorno dopo sei anni passati tra Inghilterra e Turchia a collezionare successi.
La seconda esperienza in nerazzurro non è positiva e l’addio all’Inter arriva nell’estate 2016 a pochi giorni dall’inizio della stagione.
Un anno di pausa prima di sbarcare in Russia sulla panchina dello Zenit San Pietroburgo, un’altra avventura senza squilli particolari.
Sembra la fine della carriera di Mancini in panchina, ma nel maggio 2018 la federazione italiana lo nomina CT della Nazionale, l’inizio di una storia d’amore con picchi altissimi e down clamorosi.
Per prima cosa Mancini riporta in azzurro come capo delegazione quel Gianluca Vialli con cui ha diviso gioie e dolori in campo. E sarà proprio l’abbraccio tra i due amici di una vita la fotografia più bella della vittoria degli Europei 2020 a Wembley, il punto massimo del Mancio con l’Italia.
Dopo arriveranno la mancata qualificazione ai Mondiali del Qatar e il burrascoso addio alla panchina azzurra per accettare la ricca offerta dell’Arabia Saudita, ma sarebbe sbagliato ridurre la sua sperienza azzurra ai lati negativi.
Un tecnico con un palmares molto ricco che riesce a lavorare al meglio nei team dove si vuole iniziare un progetto vincente, magari puntando su giocatori giovani da svezzare e far maturare nel migliore dei modi: questo è Roberto Mancini.
Stefano Villa – reporter cooperator
