La volta scorsa avevamo illustrato le vicissitudini biografiche di Giorgio de Chirico e accennato alla sua attività di scrittore; questa volta presenteremo due suoi quadri, scelti fra quelli di maggior valore artistico. A scanso di equivoci, è bene sottolineare che non intendiamo assolutamente negare (e neppure solo ridimensionare) il valore artistico della rimanente produzione pittorica di de Chirico, ma solamente rilevare come nei due dipinti da noi scelti de Chirico abbia raggiunto livelli pittorici eccelsi.
La prima opera di Giorgio de Chirico che abbiamo scelto è Le muse inquietanti: si tratta di un olio su tela realizzato nel 1917. In primo piano osserviamo due manichini, uno in piedi e uno seduto, entrambi privi di testa; quello in piedi presenta scanalature simili a quelle di una colonna dorica. In posizione più arretrata compare una statua. Sullo sfondo sono raffigurati il castello estense di Ferrara, un silo e due ciminiere. Non c’è neppure bisogno di sottolineare l’accostamento fra elementi di diverse epoche storiche: l’antichità (rappresentata dalla statua e dalla colonna), il rinascimento (epoca nella quale fu edificato il castello) e l’età contemporanea a de Chirico (alla quale appartengono il silo e le ciminiere). Per ulteriori annotazioni sul quadro, ci facciamo aiutare da Piero Adorno e Adriana Mastrangelo: <I colori sono caldi ma fermi e privi di vibrazioni atmosferiche, la luce è bassa, le ombre lunghe e definite nettamente; la prospettiva, accentuata dalle linee convergenti in profondità, su una specie di palco ligneo rialzato, crea un vasto spazio allucinante>. In questo dipinto Ferrara <è deserta, le ciminiere non fumano, tutto è statico e sospeso>; si tratta infatti di un <luogo sognato, solo apparentemente reale>, nel quale anziché uomini, vivono manichini.
Il secondo quadro di Giorgio de Chirico sul quale ci soffermeremo è Ettore e Andromaca, un olio su tela dipinto nel 1917 (come si sarà notato, sia il genere pittorico, sia l’anno di esecuzione sono gli stessi dell’opera esaminata prima). Il momento qui rappresentato è l’ultimo abbraccio fra Ettore e Andromaca, presso le Porte Scee, prima che Ettore affronti Achille in duello e venga da lui ucciso (si tratta di due episodi narrati nell’Iliade, rispettivamente nei libri VI e XXII). Ancora una volta ricorriamo ad Adorno e alla Mastrangelo, che ci fanno notare <l’ampia prospettiva con la consueta atmosfera rarefatta e sospesa, contro un cielo cupo>; secondo loro in questo quadro non abbiamo propriamente dei manichini, bensì due <figure geometriche, astratte, come astratto è il complesso>.
Michel Camillo -membro della Redazione

