Luisa Librera dell’Associazione Dragonette si presenta al lettore Piergiacomo Oderda per contgnews

Luisa Librera, Presidente dell’Associazione Dragonette, passa la mano sul fondo della barca rovesciata, mentre le associate con spugne e detersivo si affannano per eliminare le tracce di mucillagine.
«L’associazione nasce per le donne in rosa. Chi sono le donne in rosa? Sono quelle donne che purtroppo hanno dovuto affrontare una malattia, il cancro, il tumore al seno. Facciamo “Dragon Boat”, un medico canadese, McKenzie, nel 1996 ha sfatato un mito che le donne operate al seno non potessero fare un certo tipo di movimento. Ha preso venti donne se non ricordo male, le ha messe in barca, le ha fatto fare questo tipo di movimento, questa pagaiata e ha visto che avevano dei benefici soprattutto a livello del linfedema del braccio, non avevano più questo ristagno di liquido nel braccio. Oltre a questo, ha visto che fa bene anche all’umore perché il fatto di stare all’aria aperta, di essere circondate dalla natura, di sentire il rumore dell’acqua, di essere tutte insieme sulla barca e fare lo stesso movimento, ti fa sentire viva! Non avrei mai pensato che a quaranta e passa anni avrei potuto fare questo tipo di sport, perché lo identificavo sempre come uno sport per giovani. Invece quando ho fatto la prima prova e sono salita su questo dragone, era una giornata d’inverno, con la nebbia, non si vedeva niente, un tempo pazzesco. Sono scesa e ho detto, ho trovato uno scopo!»,
Quando nasce l’Associazione a Torino? «E’ nata nel 2010, grazie a Elodie che è una fisioterapista, ci segue ancora! Ha preso i nostri pazienti e ha creato un’associazione. Hanno iniziato in poche, man mano siamo cresciute. Nel 2020 dovevamo fare il nostro decennale, purtroppo c’è stata la pandemia, e il festeggiamento è stato spostato nel 2022. Nonostante la pandemia siamo riuscite lo stesso a fare gruppo, facevamo comunque attività, ginnastica collegate via “Zoom”. Ci trovavamo di sera con l’allenatore, tutte insieme facevamo degli esercizi. Via via che la pandemia rallentava, riuscivamo a scendere in barca con la mascherina. Il bello di quest’associazione, al di là dell’attività fisica che comunque ci porta a fare gare, manifestazioni che sono delle cose belle perché hai la possibilità di stare insieme ad altre donne che hanno il tuo vissuto, è proprio bello fare gruppo, è proprio il gruppo che è bello, tu puoi parlare di problemi tuoi personali con delle persone che ti capiscono, perché hanno avuto la stessa cosa. Incontri la persona che ti può dare un consiglio, ti supporta, puoi piangere e ridere nello stesso tempo, senza doverti vergognare. Alcune arrivano qui e ti dicono “Ho tanta voglia di piangere”, voglio buttare fuori la mia rabbia, non lo posso fare a casa perché non voglio rattristare la famiglia. Questo è un luogo per parlare di queste cose».
Cosa significa fare il Presidente? «Il mio ruolo di Presidente è molto complicato. Complicato ma bello nello stesso tempo. Faccio la mamma chioccia perché per me la cosa importante è vedere queste donne che arrivano con un mezzo sorriso e vanno via con un sorriso bello grande. Mi piace vedere la luce che hanno negli occhi perché arrivano con l’occhio che è un po’ triste, poi riescono ad andare via con l’occhio sorridente. Sorridono con gli occhi. Il Presidente deve avere contatti con le altre squadre, con le istituzioni, un sacco di cose ma deve anche imparare a delegare. Lascio fare anche alle socie, è giusto così, devono vivere l’associazione, capire quello che si fa all’interno dell’associazione. Non è solo venire, pagaiare e andare via, c’è tutto un contesto dietro. Organizzare un open day, una festa… ci sono tante cose, devo tenere a controllo l’organizzazione, sapere tutto, capire quello che succede».
Interviene la vicepresidente, Claudia Stella, dopo un’operazione di salvataggio del Dragone, dovuta alle insistenti piogge di questi giorni. Rievoca «la primissima volta, quando su Torinosette nella Stampa ho trovato un articolo in cui dicevano che c’era questa fisioterapista, Elodie, che avrebbe fatto una lezione di prova su questa barca grossa da venti posti per le donne operate di cancro al seno. Avevo guardato, ero stata zitta, mio marito mi fa: “Ah, Claudia, hai visto ‘sta roba? Ma perché non provi ad andare…”. Mi ricordo che c’era il papa emerito Ratzinger, c’era abbastanza caos a Torino. Sono andata a provare, Elodie ci ha spiegato il “Dragon Boat”, ho provato per la prima volta sul fiume. Eravamo al Cus Torino dove ci sono gli universitari, con me c’erano delle altre donne come Laura Lorenzi che è un po’ di anni che non pagaia però è rimasta “dragonetta”. Sono salita in barca, da allora per la prima volta e devo dire che non sono mai scesa!».
Mi racconta con trasporto l’operazione di salvataggio appena compiuta: «Abbiamo vissuto il fiume nei giorni di tempo brutto. Per noi le barche sono una parte del nostro cuore, perché le viviamo le barche! Vedere il fiume così, comunque è un elemento della città, viviamo il fiume, vedere le barche, avere la preoccupazione che il nostro mezzo di attività, la nostra linfa vitale possa avere dei danni irrecuperabili per noi è veramente fonte di preoccupazione. Vederne uno adagiato e affondato è veramente una cosa bruttissima. Nel momento in cui abbiamo detto il dragone è lì, sappiamo che abbiamo vissuto delle cose bruttissime, ma questo dragone va recuperato! Ci siamo preoccupate ma non abbiamo mai avuto un momento di dubbio. C’è Joyce bravissima, la nostra responsabile della manutenzione e membro del Direttivo che una volta ci ha detto, “sono ingegnere, so come funziona!”. Loro hanno recuperato il dragone, tutte insieme siamo arrivate, la barca l’abbiamo pulita, l’abbiamo riportata in vita e tra me che sono in associazione da tanti anni e tante facce nuove è stata una rinascita!».
Piergiacomo Oderda

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