Un Biella Pride da Favola ” My two cents ” raccontato dal consigliere del PD Andrea Basso

Sabato 14 settembre si è svolto il Biella Pride: una fiumana pacifica, colorata e festante di persone ha attraversato la nostra città per chiedere inclusione e diritti, non solo per la comunità LGBTQIA+, ma per chiunque viva una situazione di difficoltà o disagio, o sia percepito dai più come “diverso” e in quanto tale discriminato.
Come nei giorni immediatamente precedenti, non sono mancati insulti e polemiche, ovviamente sempre sui social, e, lasciando perdere gli insulti, vale la pena di esaminare alcune tra quelle polemiche e provocazioni, quelle apparentemente più sensate, tanto per sottolineare l’importanza e il significato del Pride.
Pronti? Iniziamo:
“Andate piuttosto a manifestare per le bollette”o “per il lavoro che manca” (e di manifestazioni per il lavoro in realtà – visti i tempi – il nostro Paese fortunatamente brulica).
“Allora io organizzo un etero pride”, dimenticando che da anni non si chiama più gay Pride (ma pazienza).
“E’ anche giusto volere diritti, ma avete rovinato la manifestazione politicizzandola”, e nello stesso filone “Voi che lottate contro ogni discriminazione, siete i primi a discriminare chi non la
pensa come voi” (evidenzio il contesto: l’indignato in questione si riferiva a un cartello che invitava a non fare sesso con i fascisti; il cartello era molto più esplicito, lo so).
E’ solo di una settimana fa la notizia di un giovane uomo di trentatré anni morto suicida a Palermo, lasciando una lettera in cui tra le altre cose scriveva “scusate se non sono riuscito ad amare una donna né ad amare bene un uomo per via della mia paura”: era vittima di bullismo
e di insulti omofobi, temeva aggressioni fisiche per sé e per il suo fidanzato.
Veniva insultato e bullizzato in quanto gay: quindi se volete una parata dell’orgoglio
eterosessuale fatela, la libertà di manifestazione del proprio pensiero rimane
costituzionalmente garantita, ma non avvicinate le due cose e non fatelo, per favore, per rispetto della sofferenza di chi subisce e ha subito discriminazioni per il suo orientamento sessuale, che per tanto che si possano avere le spalle larghe feriscono profondamente, a volte sino a conseguenze estreme. Il ragazzo di Palermo non è stato purtroppo il primo e purtroppo
non sarà l’ultimo, a tacere di quanti la vita l’hanno persa perché omosessuali, pestati fino alla morte, o di quanti debbono fuggire perché omosessuali dal loro Paese per evitare carcere, torture, pena di morte.
Capiamo tutti che, a fronte di queste situazioni, la bolletta troppo cara, che è sicuramente un dramma per chi non ha sufficienti mezzi economici per sé e per la propria famiglia, un po’ si relativizza: il diritto a vivere serenamente la propria condizione di “diversità” è, mi pare, quanto
meno altrettanto significativo: reclamare la tutela di un diritto non significa negarne altri. Al Pride si reclamano diritti, che sono tali al pari di quello a una retribuzione che consenta una vita dignitosa, tema su cui fortunatamente si moltiplicano manifestazioni e iniziative per sensibilizzare il governo a intervenire.
Ed ecco qui, il governo e la politicizzazione del Pride. Tolto il fatto che, come acutamente osservato da qualcuno a commento di uno di questi interventi, ognuno di noi fa politica a modo
suo col suo agire quotidiano (altro è la politica, altro l’attività partitica), pensiamo al contesto in cui il Pride si inserisce. Nella scorsa legislatura abbiamo assistito all’esultanza delle forze politiche che compongono l’attuale maggioranza, come se si fosse stati in curva allo stadio dopo un goal della propria squadra, quando il Senato ha definitivamente affossato il DDL Zan
contro omofobia, transfobia e abilismo.

Quella stessa parte politica, oggi al governo, da due anni a questa parte non fa altro che
introdurre aggravanti e nuovi reati; ha approvato in Commissione Cultura alla Camera un atto di indirizzo contro l’inesistente “ideologia gender” nelle scuole; disconosce apertamente e in barba all’art. 2 della Costituzione ogni forma di famiglia che non sia quella cosiddetta “naturale” formata da uomo e donna e consacrata dal matrimonio, al punto di arrivare a
rendere i figli di coppie omogenitoriali vittime del suo rifiuto a vedere la realtà quale oggi è, togliendo diritti a bambini.
Non può stupire, quindi, che chi partecipa al Pride possa anche manifestare contro l’attuale governo per le posizioni che ha assunto; non ci si può stupire dei cartelli contro Giorgia Meloni; non si può, senza scadere nel ridicolo, non cogliere l’ironia di chi invita a non fare sesso coi fascisti, accusando invece quel cartello di essere discriminatorio (a tacer del fatto che, se
anche lo fosse, sarebbe in ottima compagnia: è la nostra stessa Costituzione, fondata sulla Liberazione dal nazifascismo e sulla Resistenza e intrisa dei valori dell’antifascismo, a “discriminare” per prima, ed espressamente, il fascismo, laddove vieta la ricostituzione del
disciolto partito fascista).


Andrea Basso – consigliere comunale del Partito Democratico

Lascia un commento