Ritratti Sportivi di Stefano Villa: OBDULIO VARELA, LEADERSHIP ED EQUILIBRIO

Il volante del Grande Uruguay capace di vincere il Mondiale 1950 è uno degli uomini più importanti nella storia della nazione. Ecco la vita di Obdulio Varela.

Ci dev’essere qualcosa di mistico in Uruguay, un paese piccolo ma che ha una fame e una voglia di arrivare in alto non paragonabile a nessuno.
C’è chi la chiama Garra Charrua, ma quel che è certo è che se nasci in questa parte di Sudamerica hai dentro un vento che ti differenzia dalla massa.

Alcuni giocatori della storia uruguagia sono riconosciuti come guerrieri indomiti, capaci di imprese straordinarie. In questa stretta, strettissima cerchia rientra certamente Obdulio Varela, il volante della Celeste vincitrice del Mondiale ’50, quello passato alla storia come “Maracanazo”, il suicidio sportivo del Brasile crollato sotto i colpi di Schiaffino e Ghiggia.

Un uomo nato a Montevideo nel 1917 in condizioni difficili, tanto che fin da bambino è costretto a lavorare per aiutare economicamente la propria famiglia. Il calcio diventa il suo centro di gravità permanente a quindici anni quando entra a far parte del Club Deportivo Juventud.
Fin da giovanissimo mette in mostra doti di interdizione, grinta ed equilibrio tattico uniche a cui unisce una leadership innata che lo accompagnerà per tutta la carriera.

Wanderers e Penarol sono gli altri due capitoli con le squadre di club di Varela, ma il suo nome è indissolubilmente legato alla nazionale uruguagia e al successo del 1950.
Prima di scendere in campo in un Maracanà bollente pronto a spingere i brasiliani al primo successo nel Campionato del Mondo, Varela raduna i suoi compagni: sta per pronunciare una delle frasi più celebri della storia uruguagia.

“Los de afuera son de palo”, quelli là fuori non esistono. Un modo incisivo per ricordare a tutti i suoi compagni di concentrarsi solo sul campo senza pensare al pubblico avverso. Poche parole che ottengono l’effetto sperato.

L’intervento di Obdulio sarà decisivo anche in un’altra circostanza di quel match. Dopo la rete del vantaggio brasiliano il Maracanà è paragonabile a Hong Kong durante il capodanno cinese, un’autentica bolgia.
Varela si fa consegnare il pallone e lo porta a centrocampo con una lentezza esasperante: sa benissimo che l’euforia del Brasile può portare a un tracollo dei suoi. Invece quella pausa aiuta la Celeste a rimettersi in gioco, il finale lo conoscete tutti.

Un leader naturale dentro e fuori dal campo, Varela è stato il primo giocatore disposto a scioperare per vedere riconosciuti i diritti della categoria, un passo importante verso il professionismo.

Nonostante una carriera di alto livello, Obdulio Varela non si è mai lasciato andare a sfarzi, ha vissuto un’esistenza normale circondato dall’amore della sua famiglia.
Una volta chiuso con il calcio giocato le sue apparizioni pubbliche sono diventate sempre più sporadiche fino alla morte avvenuta il 2 agosto 1996.

Uno degli sportivi sudamericani più importanti di sempre, sulle sue orme sono cresciuti grandi combattenti uruguagi come Diego Godin e Paolo Montero, ma anche difensori arcigni come Daniel Passarella, Walter Samuel e Javier Mascherano.

Un uomo la cui storia merita di essere conosciuta dai più giovani, l’erede naturale di Nasazzi che ha scritto il suo nome a caratteri cubitali nel grande libro del Novecento sportivo e non solo: Obdulio Varela è un qualcosa che non rivedremo più.

Stefano Villa – reporter cooperator

Lascia un commento