Un concentrato di talento infinito in un fisico normale, “The Answer” è stato uno dei giocatori più elettrizzanti di sempre.
Se nasci nella Virginia degli anni ’70, dove omicidi e sparatorie sono all’ordine del giorno, non c’è nulla che può spaventarti. Lo sa bene Allen Iverson, il giocatore che ha rivoluzionato (a modo suo) la NBA di inizio millennio.
176 centimetri per 68 chili, fin da piccolo questo ragazzo dimostra di aver dentro qualcosa che lo differenzia dai suoi coetanei. Mamma Ann, che al liceo condivideva il banco con il futuro NBA Rick Mahorn, lo ha messo al mondo ad appena quindici anni e per lui sarà più una sorella maggiore che una madre. Del papà, come di norma nell’America di quei tempi, nessuna traccia…
A scuola il piccolo Allen gioca a football, ma un pomeriggio decide di seguire alcuni suoi compagni di squadra su un campo da basket, si fa spiegare le regole e il resto vien da sé: è amore a prima vista. In poco tempo diventa un giocatore completo attirando le attenzioni di molti college, almeno fino a una sera al bowling, crocevia della sua vita.
Steve Forest, 22enne bianco che ama bere e odia le persone di colore, gli rivolge l’epiteto con la n: scoppia una rissa che finisce a sediate e, cosa peggiore, apre le porte del carcere al giovane Iverson dal quale uscirà pochi mesi dopo per grazia del Governatore. La sua carriera rischia di chiudersi qui, ma per la fortuna del gioco coach John Thompson lo vuole a Georgetown dove in due anni completa il suo percorso di crescita e inizia a far vedere il suo talento offensivo.
Nel 1996 lo sceglie al Draft Philadelphia con la prima scelta assoluta e nella città di Rocky Balboa e dell’Amore Fraterno diventa subito l’idolo incontrastato, risollevando i derelitti Sixers.
Con coach Larry Brown instaura un rapporto di (tanto) amore e (molte volte) odio e nel giro di poche stagioni diventa uno dei giocatori più forti, celebri e innovativi della lega professionistica americana.
Vederlo accelerare e penetrare nelle aree avversarie con un fisico da impiegato di banca è gioia per gli occhi di tutti gli appassionati che non possono non tifare per un ragazzo dal talento e dal cuore enorme. L’immagine più iconica è relativa alle Finals 2001 quando dopo un canestro incredibile contro i Lakers scavalca Lue e porta i Sixers al successo dopo un supplementare con 48 punti, 6 assist e 5 recuperi. Quella serie verrà poi vinta dalla squadra di Kobe e Shaq, ma Iverson dimostra di essere qualcosa che non si è mai visto prima.
Chi scrive potrà sembrarvi di parte perché da sempre affascinato da questo assoluto fuoriclasse del parquet, ma è innegabile che nel primo periodo a Phila Iverson è stato la miglior versione di sé stesso.
Le successive esperienze a Denver, Detroit, Memphis, il ritorno ai Sixers e l’avventura turca al Besiktas non rendono giustizia a uno dei più lucenti talenti nella storia del basket, un giocatore capace di influenzare intere generazioni con le sue treccine, la fascetta in fronte, la fascia al braccio e la sua iconica numero 3.
“The Answer” (La Risposta, soprannome più che azzeccato) è stato un moderno Davide capace di sconfiggere non uno, ma cento Golia. La rappresentazione umana del concetto di stoicismo e cuore infinito.
Tutto questo e molto altro: Allen Iverson, The Answer.
Stefano Villa – reporter cooperator
