Caro Direttore,
Il patriarcato, alla cui sottocultura
oggi i più riconducono il fenomeno dei femminicidi non ha mai portato nulla di buono.
Nemmeno il “patriarcato contadino”
è mai stato “sano”, anche prima del consumismo.
Per fare un esempio che mi è vicino, tra gli anni 30 e 40 del secolo scorso, quando del consumismo forse a mala pena si
conosceva il concetto, nella mia famiglia il “patriarcato contadino” ha significato principalmente tre cose: una bisnonna
abbandonata con cinque figli dal
marito, intento a rincorrere ogni
sottana che si profilasse all’orizzonte;
una prozia che, stanca di essere picchiata dal marito, emigrò in Svizzera (dove ottenne
prima la cittadinanza e poi il divorzio) venendo etichettata in paese come una sgualdrina; una nonna (una delle due donne che più ho amato nella mia vita) segnata per tutta l’esistenza dalla decisione del padre, contadino e cattolicissimo, di imporle un
aborto (ovviamente clandestino) per salvaguardare “l’onore della f a m i gl i a ” messo in pericolo da un figlio generato prima di un matrimonio che non si sarebbe
mai celebrato, e trattata dal padre per il resto dei suoi giorni come una figlia di serie B, senza diritti, senza considerazione.
Lo stesso Pasolini citato nell’articolo
aveva del patriarcato un’opinione decisamente severa e negativa, che emerge chiaramente dalla poesia (durissima, un
pugno nello stomaco) intitolata “Ballata delle madri”, che invito tutti a leggere.
Quel patriarcato ha sempre (ancor
oggi, radicato com’è da secoli nella nostra cultura) confinato le donne in una posizione di subalternità; ne ha compresso diritti
e aspirazioni, relegandole in secondo piano rispetto a padri, mariti, fidanzati, compagni, fratelli; ne ha fatto praticamente oggetto di una proprietà dell’uomo di turno.
Le parole hanno la loro importanza, e dare a un problema la definizione corretta è il primo passo per prenderne coscienza, comprenderlo, affrontarlo con mezzi adeguati e in prospettiva s c o n f i gge r l o .
Il femminicidio, in criminologia, non è semplicemente l’omicidio di una donna, ma l’omicidio di una donna commesso perché è
donna. E no, non ha nulla di esecrabile
nel suo etimo, che nulla ha a che vedere con la parola latina “minus”; femminicidio sta al latino minus come menta sta al latino
mentula: hanno poche lettere in comune, ma fortunatamente a nessuno verrebbe in mente, sorseggiando un mojito, di accostare
menta a mentula in ricordo di Catullo.
Ecco che se iniziamo a dare al fenomeno il suo nome corretto (magari comprendendone correttamente
l’etimologia) ci rendiamo immediatamente conto che qui c’è qualcosa di diverso e più
profondo, a prescindere dalla rilevanza
schiacciante dei freddi numeri (centosei femminicidi negli ultimi undici mesi a fronte di duecentosessantotto infanticidi
tra il 2010 e il 2022, fonte Eures) e dalla condanna dovuta senza eccezioni ed esitazioni contro ogni forma di omicidio.
Sempre confrontando il dato con quello degli infanticidi, in quanto richiamati nell’articolo che ho letto, osserviamo che (sempre fonte Eures) nella fascia sopra i
cinque anni l’omicida è stato (tra il 2010 e il 2022) per il 64% dei casi il padre; nella fascia di età inferiore ai cinque anni, la madre
in sessantuno casi contro quarantacinque.
Gli infanticidi compiuti dalle madri nella maggior parte dei casi sono stati anche
conseguenza di problemi di natura
psichiatrica accertati in giudizio.
Di quanti autori di femminicidio sono stati accertati in giudizio problemi di natura psichiatrica determinanti nella commissione
di quel delitto? E’ domanda ovviamente retorica, che porta però a valorizzare ciò che rende l’omicidio di una donna un femminicidio: vale a dire la sua uccisione per il fatto che è donna, commessa da un
maschio (ho difficoltà a definirlo
uomo) che non accetta di perdere ciò che di fatto considera alla stregua di una sua proprietà.
Se questo è il tema, è importante
evidenziarlo per affrontare a livello
innanzi tutto culturale e formativo questa enorme piaga sociale; parificare il fenomeno a qualsiasi altro omicidio significa nascondere la testa sotto la sabbia
e prepararsi a non affrontarlo veramente. E troppo facile è rifugiarsi nella comoda e trita etichetta del “politicamente corretto ” per sminuire e banalizzare la giusta e fortissima richiesta di una vera presa di coscienza che le donne, non da oggi né da ieri, chiedono a gran voce a noi uomini
e alla società intera e che giustamente pretendono.
E allora sì, ci sta anche dire di vergognarsi di essere uomini, se tutti e ciascuno di noi, ognuno nel suo piccolo, non saremo stati
capaci di dare il nostro contributo per affrontare e superare una volta per tutte il retaggio di secoli di patriarcato nella nostra vita quotidiana, imponendo a noi
stessi per primi un cambiamento radicale di mentalità, dando concretezza e vita vera a quei principi di rispetto e di uguaglianza (che non è misconoscimento delle differenze, ma loro valorizzazione in
u n’ottica di pari opportunità) di cui ci riempiamo la bocca ogni volta che la cronaca nera ce lo ricorda, indossandoli come un paio di scarpe rosse il 25 novembre, da riporre nella scarpiera il giorno successivo.
Un saluto cordiale.
Andrea Basso
Alcuni spunti di riflessione sul patriarcato e sul femminicidio del nostro nuovo lettore avvocato Andrea Basso
