In questi giorni in cui il sole inizia a farsi vedere e c’è nell’aria un profumo di primavera, mi sono scoperto a pensare a cosa erano le mie domeniche da ragazzo insieme con genitori e nonni.
Una delle domeniche più gettonate era quella che prevedeva la gita al Santuario di Crea nel Monferrato.
Il tutto iniziava verso le 6 di mattina quando, i miei genitori, in compagnia dei nonni, dirigevano verso l’agognata meta la cinquecento su cui sedavamo in cinque.
Al seguito l’immancabile frigorifero portatile ripieno di ogni tipo di primi e pietanze e dell’immancabile bottiglia di vino.
Poi i miei nonni mettevano in pratica una strategia imparata nel corso di anni di gite al santuario.
Il nonno, che era ben felice di risparmiarsi il percorso devozionale, appena arrivati si precipitava verso una dei molti tavoli presenti in quel percorso e prendeva posizione occupando tutte le postazioni necessarie.
Aveva l’ordine tassativo di difendere a prezzo della vita la postazione conquistata e così faceva.
Verso le dodici , dopo l’immancabile visita alla chiesa e agli altri luoghi sacri, arrivavamo tutti insieme affamati al tavolo, facendo i complimenti al nonno per il coraggio dimostrato.
Iniziava poi il momento delle libagioni.
Per omaggiare la terra in cui ci trovavamo si iniziava con un corpulento vitello tonnato “innaffiato” da un barbera ad alta gradazione alcolica.
Al terzo antipasto il nonno, sotto lo sguardo severo della nonna che disapprovava quel comportamento poco consono a un luogo di culto, iniziava ad accennare qualche canzone dei suoi tempi. La preferita era “ O sole mio” con tanto di acuto finale.
I miei genitori invece spesso tacevano , un poco perché distrutti dalla fatica di un viaggio trascorso in un abitacolo dove la temperatura minima era di 30 gradi, un poco perché non volevano rubare la scena ai nonni che vedevano in quella gita il coronamento dei loro desideri.
Si arrivava così al primo pomeriggio dove, con i sensi ottenebrati dai processi digestivi, si tentava una ultima passeggiata a quel certo punto di percorso dove si vedeva il panorama. Era una specie di rito a cui non si poteva rinunciare.
Poi un gelato, solo per me, il viziatissimo figlio maschio, perché visti i tempi non era permesso sforare il budget.
Infine verso le diciassette iniziava il viaggio di ritorno che percorrevamo convinti di avere trascorso una bellissima giornata e di non desiderare altri svaghi nella propria vita.
