Il caso Acerbi, il razzismo e l’ipocrisia del mondo del calcio.

È infine arrivata l’attesissima sentenza del giudice sportivo, che ha assolto il difensore dell’Inter e della Nazionale Italiana Francesco Acerbi dall’accusa infamante di razzismo.

Ma procediamo con ordine.

Durante la scorsa partita di campionato, Inter-Napoli, terminata con il punteggio di 1-1, dopo uno scontro di gioco, il difensore partenopeo Juan Jesus si è recato dall’arbitro, perché ha sentito pronunciare una frase a suo dire razzista dal suo contendente.

La questione ha avuto un impatto mediatico enorme, anche perché la ventinovesima giornata di serie A era quella “contro il razzismo”, con la campagna fortemente voluta dalla Lega e dalla Federazione “keep racism out”.

Il razzismo è un vulnus della nostra società, che offende e discrimina le persone “di colore” soltanto perché hanno un colore della pelle diverso dal nostro, il “bianco”, in realtà rosa carne, ad essere precisi.

Acerbi ha dovuto difendersi contro una slavina che stava per travolgerlo, con l’indignazione montante della maggioranza dei tifosi italiani.

Anche Luciano Spalletti ha preso la saggia decisione di farlo tornare in Italia, in modo tale da potersi difendere da questa accusa infamante.

Sicuramente a nostro avviso è molto probabile che nella concitazione del momento, “in campo”, ad Acerbi sia scappata una frase infelice, ma nessuno, a parte Juan Jesus, ha sentito la parola “negro” (che tra parentesi fino a 30-40 anni non era considerata nella lingua italiana da sola come epiteto razzista, al contrario di come viene stigmatizzata adesso), visto che sui social ha detto che Acerbi gli avrebbe proferito la seguente frase: “vai via, nero, sei solo un negro!”

Sostanzialmente, la procura federale ha assolto Acerbi per mancanza di prove, visto che quest’ultimo ha detto di aver lanciato questa intimidazione a Juan Jesus: “ti faccio nero”, salvo poi immediatamente scusarsi, indicando il suo compagno, il francese Marcus Thuram, dicendo in pratica che non può essere razzista, dato che uno dei giocatori più forti con cui si allena e scende regolarmente in campo non è propriamente di etnia caucasica.

Applaudiamo dunque per una volta, forse per la prima volta negli ultimi vent’anni, ad una sentenza della giustizia sportiva, che ha evitato di condannare un innocente.

Esprimiamo altresì solidarietà massima a Juan Jesus, che è stato in ogni caso offeso, e non ha potuto o saputo difendere le sue ragioni fino in fondo.

Piccola postilla: il duro comunicato del Napoli scoperchia il velo d’ipocrisia presente nel mondo del calcio, con queste “iniziative di mera facciata contro il razzismo e le discriminazioni” che poi, quando “il gioco si fa duro” si sciolgono come neve al sole.

Inoltre, alcuni commentatori non comprendono come mai esprimere un’offesa razzista sia giustamente e fermamente da condannare, mentre insultare con epiteti irripetibili un parente di un avversario sia legittimo, su un terreno di gioco.

E lanciamo l’ultima provocazione che invade or ora la mente dei tifosi non interisti italiani: “ma se Francesco Acerbi avesse avuto addosso un’altra maglia e non quella nerazzurra dell’Internazionale di Milano, sarebbe stato (giustamente, n.d.r.) assolto ugualmente?”

Luca Dal Bon-redazione. PILLOLE SPORTIVE.

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