L’ESPERIENZA DI SAPORE DEL NOSTRO BOOMER ROBERTO PARESCHI

Fateci caso. Noi ormai andiamo al ristorante o a “ bere qualcosa” non perché abbiamo fame o sete, ma perché vogliamo provare una esperienza di sapore. E facendolo incontriamo anche la cultura.
Esagero ?
Non credo. Le innumerevoli trasmissioni sul cibo e sul vino non fanno che parlare di “esperienze sensoriali” o di “ cultura del bere”. Ed io ascoltando questi discorsi perdo la fame e la sete.
Partiamo da quelle che un tempo erano definite osterie. All’osteria si poteva bere due tipi di vino. Il bianco e il rosso. Oggi le vinerie ( perché chiamarle ancora osterie pare brutto) offrono un campionario assortito e anche un poco folcloristico di vini. Da quello che sa di frutta a quello che trasmette gli aromi del mediterraneo fino a quello che ha la luminosità delle terre meridionali. Nel frattempo quello delle osterie era vino e vino è ancora adesso.
E scusatemi se semplifico.
Ma dove i tempi moderni danno il meglio di loro, è senza alcun dubbio nei piatti di un ristorante.
Anche al tempo dei miei nonni esistevano i ristoranti stellati. Risotto buono : 1 stella. Agnolotti gradevole : 2 stelle. Un buon fritto misto alla piemontese : 3 stelle. Se accompagnato da bolliti : 4 stelle. E non si chiedeva di riempire la “ food box” con gli avanzi ma si tirava fuori dalla borsa un sacchettino di nailon in cui inserire, magari di nascosto dal ristoratore, gli avanzi di cibo ovviamente per il cane.
Era tutto molto semplice ed anche ingenuo. Ma funzionava. Ci si alzava da tavola con la pancia piena e la soddisfazione di avere mangiato del buon cibo.
Oggi le cose sono diverse.
Un antipasto di prosciutto non è un antipasto di prosciutto ma “ una cascata di prosciutto”.
Il primo piatto non può essere un piatto di spaghetti ma una rivisitazione in chiave nostrana degli spaghetti al pomodoro napoletani. Poi nel piatto ci arrivano dai 3 ai 5 desolati spaghetti che soffrono di solitudine e gridano vendetta a Dio. Ma vuoi mettere la contaminazione della cultura piemontese nel cibo napoletano !
Non parliamo poi del secondo piatto.
Non c’e’ un piatto che abbia un nome comprensibile. Richiami alla Francia. Oscuri neologismi coniati per non far capire nulla a chi legge, si rivelano essere delle comunissime cotolette alla milanese. Il tutto accompagnato da trionfi di salse e verdure
Alla fine ciò che compare nel piatto è solo lontanamente parente di una porzione accettabile. Mette tristezza.
Ma io non ho capito che in questi ristoranti non si mangia, si fa una esperienza di gusto.
Credetemi. Un buon panino al salame o un piatto di panissa nostrana sono quello che serve per ritrovare la gioia di vivere andata perduta in anni di esperienze di gusto.

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