Una lotteria che non sempre rispetta le attese della vigilia. Ecco la storia e alcuni degli aneddoti più affascinanti della March Madness.
È il mese più pazzo del basket universitario americano, quel periodo dell’anno dove il college basketball regala più emozioni (e ascolti…) della NBA. Durante la March Madness, termine coniato dal telecronista Brent Musburger negli anni ’80, tutto può succedere e nel corso degli anni questa folle corsa al titolo NCAA ha regalato aneddoti, rimonte e storie al limite dell’incredibile.
Perfino un ex presidente degli Stati Uniti come Barack Obama, da sempre grande appassionato del gioco con la palla a spicchi, durante il suo mandato ha seguito molto da vicino la March Madness, il periodo dove i pronostici di inizio possono essere sovvertiti con grande facilità.
I futuri talenti della NBA hanno la possibilità di mettersi in mostra in questo torneo dove la pressione può giocare brutti scherzi, un bell’allenamento fisico e mentale per arrivare più pronti possibile allo step successivo.
Alcuni aneddoti restano nella memoria di appassionati e non.
La finale del 1983 tra North Carolina State, assoluta Cenerentola del tabellone, e la favoritissima Houston dei futuri NBA Drexler e Olajuwon si concluse con la vittoria all’ultimo secondo dei primi grazie a una schiacciata di Lorenzo Charles, eroe per una sera che non avrebbe mai sfondato in NBA arrivato successivamente in Italia per indossare le maglie di Desio e Cantù. Il coach di quella squadra era Jim Valvano, un uomo unico che incarnò alla perfezione lo spirito di quel torneo nel suo ultimo discorso agli ESPY 1993 quando, malato terminale di cancro, pronunciò una frase storica: “Non mollate, non mollate mai!”
Ma c’è una storia che è ancora più incredibile e per raccontarla dobbiamo andare alla Loyola University di Chicago, la più grande università gesuita degli Stati Uniti una scuola fondata nel 1870 che porta il nome di Sant’Ignazio di Loyola. La loro squadra di basket, i Ramblers, sono arrivati alla March Madness del 2018 senza grandi aspettative, per loro era già un grande successo essere arrivati al tabellone finale. Al primo turno eliminano Miami, una delle grandi favorite, e Kansas State al turno successivo arrivando incredibilmente alle Final Four, una delle più grandi sorprese di sempre.
Il loro segreto è seduto a bordo campo, stiamo parlando di Sister Jane Dolores Schmidt, una simpatica signora di 99 anni che segue tutte le gare dei Ramblers da bordocampo vestita con la tuta della squadra e le sue sneakers con scritto Sister sul tallone sinistro e Jean su quello destro. Una donna che dopo una carriera da giocatrice di basket è diventata suora e ha iniziato ad insegnare nel 1961, diventando cappellana della squadra di basket di Loyola nel 1994. Una vera istituzione.
I Ramblers termineranno la loro corsa nella semifinale contro Michigan, ma per due settimane tutta America, e in buona parte tutto il mondo cestistico, ha seguito e tifato questa squadra che non partecipava al tabellone principale dal 1985 e che ha incarnato al meglio lo spirito di questo grande evento.
Personaggi come il leggendario coach John Wooden, il “mago di Westwood” che ha scritto la storia di UCLA, o “Coach K” Mike Krzyzewski sono diventati famosi in tutto il mondo per i grandi risultati ottenuti in questo torneo che ogni anno regala emozioni e imprese uniche che ti riconciliano con lo sport.
Stefano Villa – redattore cooperator
L’opinione sportiva di Stefano Villa: LA MARCH MADNESS, IL MESE PIÚ PAZZO DEL BASKET UNIVERSITARIO
