Le Bellezze Italiane con il pittore Carlo Carrà raccontato ai nostri microfoni dal nostro Michel Camillo

Carlo Dalmazzo Carrà nacque a Quargnento (nelle vicinanze di Alessandria) l’11 febbraio 1881 ed era figlio di un possidente terriero caduto in disgrazia. Carlo apprese i primi accenni dell’arte del disegno quando aveva solo dodici anni, durante una lunga malattia che lo aveva costretto a letto. A cavallo fra i due secoli Carrà cominciò a interessarsi alla politica, intrattenendo relazioni con gruppi anarchici, che però interruppe ben presto. Nel 1906 Carlo Carrà entrò all’Accademia di Brera, dove alcuni anni dopo sarebbe stato insegnante (dal 1939 al 1951). Dal 1911 al 1914 Carrà soggiornò a Parigi, dove incontrò Pablo Picasso, Georges Braque e Guillaume Apollinaire e conobbe la pittura francese da Gustave Courbet a Paul Cézanne. Durante il primo conflitto mondiale, Carlo Carrà fu chiamato alle armi; ma l’esperienza del nostro fu talmente dolorosa, che finì ricoverato in un nevrocomio a Ferrara. Nel 1919 si unì in matrimonio a Ines Minoja. Oltre che pittore, Carrà fu critico d’arte, in quanto scrisse saggi su Giotto e, in misura minore, su Paolo Uccello. Carlo Carrà si spense a Milano il 13 aprile 1966, all’età di ottantacinque anni; riposa al Cimitero Monumentale di Milano e sulla sua tomba è collocata un’opera di Giacomo Manzù.



Nel corso della vita di Carlo Carrà sono riconoscibili quattro distinte fasi artistiche. Dopo una breve esperienza divisionista, Carrà aderì al futurismo; l’11 febbraio 1910 fu infatti fra i firmatari del Manifesto dei pittori futuristi e l’11 aprile dello stesso anno (quindi a distanza di due mesi esatti) fra quelli del Manifesto tecnico della pittura futurista. Durante il periodo futurista strinse amicizia con Giuseppe Ungaretti. Ma il futurismo non poteva convincere Carrà, perché egli avvertiva la continuità culturale che lo legava (come del resto avviene per ogni uomo moderno) ai suoi predecessori; per questo motivo per lui sarebbe stato impensabile rompere i ponti con il passato. Ecco quindi la fine del periodo futurista e l’inizio della terza fase, quella della metafisica. Anzi, la pittura metafisica nacque proprio dal famoso incontro fra Carlo Carrà e Giorgio De Chirico, avvenuto a Ferrara nel corso della grande guerra. Dopo alcune opere in stile dechirichiano, Carrà raggiunse presto una propria individualità artistica, ragion per cui egli non rimase confinato nelle formule tipiche della corrente metafisica, ma nella sua arte la metafisica fu decisamente superata dalla poesia e dal senso del magico. Nonostante entrambi accostino oggetti eterogenei, la metafisica di Carrà si differenzia da quella di De Chirico per un elemento fondamentale: l’assenza dell’inquietudine e dell’attesa angosciosa, tipiche invece di De Chirico. La quarta e ultima fase è quella chiamata “trascendente”: Carrà si persuase che la pittura dovesse cogliere quel rapporto che comprende da un lato il bisogno di immedesimazione con le cose e dall’altro il bisogno di astrazione; per questo motivo la contemplazione di un paesaggio si risolveva nella “costruzione” di un quadro, marino o montano che fosse. Dopo il 1926 Carlo Carrà ammorbidì l’essenzialità del proprio stile con una maggiore adesione alla pittura francese, dal romanticismo al postimpressionismo. Dagli anni ’20 Carrà dipinse alcune vedute: inizialmente della Liguria e della Valsesia, dal 1926 della Versilia, divenuta la meta dei suoi soggiorni estivi; ma i quadri preparati in Versilia durante l’estate venivano poi dipinti definitivamente a Milano in inverno, rielaborandone le immagini nella memoria.



Fra i quadri di Carlo Carrà ricordiamo La Galleria di Milano (1912, periodo futurista), Natura morta con la squadra (1917, periodo metafisico) e Il barcaiolo (1930, periodo trascendente); tutti e tre sono oli su tela. Ci soffermiamo di più sul Barcaiolo, riportando delle parole del critico Werner Haftmann (valide anche per altri dipinti dello stesso periodo): “Nei paesaggi le colline si raccolgono in grandi masse, le case appaiono pietrificate in semplici cubi, i cieli divengono quieti orizzonti, davanti ai quali pacata si leva l’apparizione del paesaggio”.

Michel Camillo-reporter cooperator

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