Con sempre maggiore frequenza mi capita di ascoltare discorsi che personalmente reputo “anomali” ma che a quanto pare sono invece del tutto normali tra i nostri ragazzi.
Alcuni esempi.
“ No, questo lavoro non mi interessa perché devo fare anche i turni notturni.”
“Non ce la faccio più. Tutte le mattine devo essere in negozio alle 7 e lavoro anche la domenica. Non ha più una vita mia!”
“Pensa che il suo capo fissa le riunioni alle 19 e lei non ha più tempo per andare in palestra! Deve cambiare lavoro …”.
Potrei continuare a lungo.
Sono tutte frasi o per meglio dire punti di vista che faccio fatica a comprendere.
Non voglio esprimere giudizi, sia ben chiaro, ma io sono stato abituato a considerare il lavoro come un obbligo o, meglio ancora, come un dono. Il mio lavoro era importante e non importava più di tanto se dovevo sacrificare qualche volta o sempre, un poco della mia libertà.
Dietro a questa considerazione c’è tutta la cultura di una parte della mia generazione.
Una generazione i cui nonni hanno spesso lavorato la terra dodici ore al giorno per tutti i giorni della settimana.
I cui padri hanno anche lavorato nelle fabbriche e si sono adattati a turni e condizioni di lavoro molto pesanti.
Come potevo lamentarmi io, giovane privilegiato, che aveva potuto studiare proprio grazie ai sacrifici di quelle generazioni ?
Io che comunque per ottenere stipendi migliori e garantire alla mia famiglia un migliore tenore di vita ho trascorso da “ pendolare” buona parte della mia vita lavorativa su treni e auto.
Io che, proprio in nome di uno stipendio migliore, non avevo problemi a svegliarmi alle cinque del mattino, a prendere un treno quasi sempre in ritardo, per raggiungere il luogo del lavoro.
Oggi i giovani sembrano non rendersi conto che il loro benessere è il frutto dei sacrifici di tante persone che non si sono certe preoccupate di lavorare qualche ora in più e in orari non convenzionali.
Ma tutto questo sarebbe in fondo normale se poi quelle stesse persone che “lamentano” una privazione del proprio spazio “vitale” non fossero le stesse persone che accusano la mia generazione di “avere avuto una vita facile” e di essere oggi vittime di uno stile di vita, il nostro, che ha consumato tutte le risorse disponibili.
Ma forse il discorso è più semplice. Molto più semplice.
Questi ragazzi sono solamente più furbi, molto più furbi, di quanto lo siamo stati noi.
