Cesare Viviani è nato a Siena il 22 aprile 1947. Dopo aver studiato al liceo classico Piccolomini nella sua città natale, ha conseguito due lauree: nel 1971 la laurea in Giurisprudenza con una tesi sul “plagio” (la soggezione psichica totale) in medicina legale e nel 1984 la laurea in Psicopedagogia. Al di fuori dell’ambito letterario, Viviani ha scritto due saggi psicoanalitici: Il sogno dell’interpretazione e L’autonomia della psicanalisi (entrambi pubblicati da Costa e Nolan); ha inoltre collaborato per anni con recensioni e interventi di argomento psicologico e sociale ai quotidiani Il Giorno, Corriere della Sera e Avvenire. Come poeta Cesare Viviani si affermò nel 1973 con L’ostrabismo cara, uscito presso Feltrinelli; nel corso degli anni si è aggiudicato diversi premi di poesia e nel 2003 ha raccolto nell’antologia intitolata appunto Poesie un’ampia silloge del suo lavoro. Ma l’attività letteraria di Viviani non si limita alla poesia, dato che nel 1987 egli ha pubblicato il romanzo Folle avena. Cesare Viviani è inoltre traduttore di Paul Verlaine. Infine va rilevato che Viviani ebbe modo di conoscere Mario Luzi e Franco Fortini.
Per quanto riguarda la poetica di Cesare Viviani, iniziamo a sottolineare la rottura con la poesia dei secoli passati (e somiglianza con certa poesia contemporanea) della raccolta da noi citata, L’ostrabismo cara. Come ha scritto Enrico Testa, dal punto di vista linguistico la raccolta presenta grande eterogeneità (che significa anche grande ricchezza), in quanto vi confluiscono “latinismi e termini quotidiani, parole straniere e arcaismi, formule liturgiche e lessemi specialistici, moduli di stampo domestico e soluzioni liriche”; l’intento di Viviani è infatti (è lo stesso Testa a notarlo) “la manipolazione della lingua o, meglio, il suo traviamento dalle rette vie del vocabolario e della grammatica”. Ci sembra inoltre significativa una lirica della raccolta L’amore delle parti (del 1981): “anche qui c’è una selva e ci si perde / la vista; abbiamo fatto / come se tu ci fossi un’escursione (…) pensando a questo nel bosco si ride ci si diverte / ci si piega in due dalle risa sulla tua morte, amore”. A una prima lettura si resta stupefatti: ridere per la morte di una persona? Il dolore li ha fatti impazzire? Oppure ridono perché odiavano il defunto? No, niente di tutto questo: molto più semplicemente ridono a causa della paura. Infine (anche se in realtà ci sarebbe molto altro da scrivere!) diamo uno sguardo alla raccolta poetica Preghiera del nome (del 1990), a un certo punto della quale si legge: “Vengo al tuo castello per essere / morso dai cani”; in un contesto di cupo pessimismo assistiamo alla “ricerca di una felicità coincidente con la distruzione” (sono ancora parole di Enrico Testa). Per quello che conta il nostro parere, secondo noi quella di Cesare Viviani è una delle voci più interessanti della poesia italiana dei giorni nostri.
Michel Camillo-reporter cooperator
