#lunedìfestivo, la rubrica di Andrea Guasco sui casi di cronaca Italiani ci parla del caso di Erba : OLINDO E ROSA SONO INNOCENTI ?

Si riapre il caso della strage di Erba. A 17 anni dai fatti e 13 dalla condanna definitiva all’ergastolo per i coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi per gli omicidi di Raffaella Castagna, il figlio Youssef di soli due anni, la nonna del piccolo Paola Galli e la vicina di casa Valeria Cherubini, la corte d’appello di Brescia ha fissato l’udienza per la richiesta di revisione del processo a loro carico.

La corte, infatti, ha emesso un decreto di citazione a giudizio nei confronti dei due coniugi condannati e ora si apre una nuova fase straordinaria del giudizio.

Riassumiamo la vicenda.

La Corte d’Appello di Brescia ha detto sì alla revisione della strage di Erba. È stata fissata per l’1 marzo 2024, davanti alla seconda sezione penale, la prima udienza del processo di revisione della strage dell’11 dicembre 2006 che vede condannati in via definitiva all’ergastolo Rosa Bazzi e Olindo Romano. Davanti alla corte d’appello di Brescia dovranno sedere il procuratore generale, il collegio difensivo dei coniugi Romano, gli avvocati Fabio Schembri, Nico D’Ascola, Patrizia Morello e Luisa Bordeaux, ma anche le parti civili, ossia i familiari delle vittime, tra cui Azouz Marzouk. Nella strage della corte di via Diaz a Erba, sotto i colpi di spranga e coltello, morirono Raffaella Castagna, il figlio Youssef di soli due anni, la nonna del piccolo Paola Galli e la vicina di casa Valeria Cherubini.

Ma come si è arrivati all’istanza per la riapertura ?

Vi sarebbero alcuni nuovi testimoni e una serie corposa di consulenze alla base della richiesta di revisione della sentenza che ha condannato definitivamente Olindo Romano e Rosa Bazzi per la strage di Erba. Uno di questi, «mai sentito all’epoca dei fatti» per i difensori della coppia, è un uomo che abitava nella casa della strage, legato ad Azouz Marzouk, marito di Raffaella Campagna. L’uomo aveva riferito di una faida con un gruppo rivale, nella quale anche lui era stato ferito con un’arma da taglio e aveva sostenuto che la casa della strage «era la base dello spaccio che veniva effettuato nella vicina piazza del mercato e il posto dove erano depositati gli incassi». Altro testimone citato dalla difesa è «un ex carabiniere che riferisce delle indagini e delle parte mancanti del 50% dei momenti topici delle intercettazioni». 

Le consulenze sostengono invece l’incompatibilità con la ricostruzione fatta dai coniugi – e poi ritrattata – della strage con quella emersa dalle indagini. Un elaborato riguarda poi la testimonianza di Mario Frigerio unico sopravvissuto alla strage, morto negli anni successivi, e diventato principale testimone dell’accusa che riconobbe Olindo in aula. Una versione in dibattimento che, per i legali, contrasterebbe con quanto dichiarato da Frigerio nell’immediatezza, nel letto d’ospedale. Anche la ricostruzione nelle sentenze della morte della moglie di Frigerio, Valeria Cherubini, contrasterebbe con quelle emerse dalle loro consulenze. Infine, oltre ai nuovi testimoni e alle consulenze, alla base della richiesta di revisione della sentenza ci sarebbe anche un altro elemento. Ad essere messa in discussione, infatti, è stata la «genuinità» della macchia di sangue di Valeria Cherubini trovata sul battitacco dell’auto di Olindo: non convince il modo in cui è stata repertata, così come il risultato scientifico. Non solo: Tarfusser punta il dito su un’indagine lacunosa che non ha valutato piste alternative. Tesi su cui l’1 marzo ci sarà battaglia.

Naturalmente la revisione del processo è motivo di discussione.

Chi come il sottoscritto è giornalista ed appassionato di cronaca apprezza molto l’intervento sui social di un collega di Erba, Stefano Ferrari, che su facebook ha pubblicato una personale riflessione figlia dell’aver seguito il caso fin dall’inzio. La pubblichiamo di seguito senza aggiungere nulla nella disarmante consapevolezza che non avendo la conoscenza approfondita di questo caso non sia giusto appartenere all’una o all’altra tifoseria dell’opinione. Un male che in epoca social l’italiano medio pratica con faciloneria :

La sera dell’11 dicembre 2006 io c’ero. Ero rientrato a casa dal giornale attorno alle 21 dopo la solita giornata di lavoro spesa tra tribunale e redazione ma non avevo avuto neppure il tempo di togliermi la giacca che lungo la Statale avevano preso a rincorrersi decine di sirene. Tante, troppe sirene.

Ricordo che chiamai in ufficio e che il collega che copriva il turno serale mi disse che a Erba c’era stato un incendio, e che nell’incendio erano morte quattro, forse cinque persone.

In via Diaz, sotto il cosiddetto “condominio del ghiaccio”, arrivai un quarto d’ora dopo, piazzandomi insolitamente secondo alle spalle del mitico Barthéz, al secolo Stefano Bartesaghi, il fotografo che da sempre copre per la cronaca tutta l’area dell’Erbese (tra i colleghi comandati sulla scena di un delitto sono sempre e serenamente arrivato per ultimo).

Di quella sera ricordo ogni cosa. Il caos, la folla, lo stupore, il sangue e le facce, le parole e la paura.

Per i successivi quattro anni – fino al pronunciamento della corte d’Assise d’appello di Milano – non smisi praticamente mai di occuparmi della cosiddetta “strage di Erba” che finì per venirmi a noia già ai tempi della Cassazione, per non dire del successivo ricorso alla Corte dei diritti dell’uomo, delle richieste di revisione, delle diffamazioni, delle querele, dei criminologhi, della tv e via elencando. Potrei scrivere pagine sulle ragioni della pacifica colpevolezza di Rosa e Olindo, che peraltro non sempre sono quelle più citate dai cosiddetti “colpevolisti”.

Per esempio: trovo insolito che quando si parla di confessione estorta o “suggerita”, ci si dimentichi del suo contenuto, del suo sviluppo, della sua “articolazione”. Del fatto che Olindo e Rosa spiegarono di essere scesi in lavanderia dopo la mattanza e di essersi spogliati di tutto quello che indossavano standosene in piedi su un tappeto del quale, badando a non sporcare, fecero poi fagotto, e che assieme alle armi del delitto (spranghe e coltelli) il fagotto finì in uno dei cassonetti per la raccolta dei rifiuti che di lì a poche ore sarebbe stato svuotato dai colleghi di Olindo (il quale, da netturbino, conosceva perfettamente il giro dei ritiri, tanto che all’alba del giorno dopo tutto era già in discarica). Trovo insolito anche che ci si dimentichi del resoconto della risalita fino al lavatoio pubblico di Arcellasco, dove i due spiegarono di essersi rapidamente sciacquati mani e viso prima di prendere la via per Como e per l’adorato McDonald, in uno sviluppo narrativo degno di un noir d’autore che non si capisce come possa considerarsi “inventato” (da Rosa e Olindo, peraltro).

E poi alcuni particolari della confessione di lei, Rosa, che riportando vari dettagli sul posizionamento dei cadaveri e sulla dinamica dell’aggressione – guarda caso perfettamente coincidenti con quello che gli inquirenti rinvennero sulla scena del crimine – spiegò che la povera Raffaella si lamentava, e che per questo lei fu costretta a premerle un cuscino sul volto per farla tacere. Ecco: il giudice che volesse assolverla dovrà spiegare (perché ogni scelta va spiegata e “motivata”) come sia possibile che Rosa sapesse che Raffaella era stata ritrovata esangue con un cuscino sulla faccia, oppure – senza indulgere in dettagli troppo macabri – come fosse a conoscenza delle cause della morte del bimbo ucciso con una coltellata sul divano nel salotto in fondo al corridoio (a proposito: il video della confessione di Rosa per chi volesse, è sempre, orrendamente disponibile su Youtube: «Più picchiavo, più accoltellavo, più mi sentivo forte…»).

E poi ancora il supertestimone, Mario Frigerio.

Io c’ero anche quando in tribunale, a Como, puntò il dito contro Olindo e tuonò che lui, Olindo, sapeva di essere colpevole, e che avrebbero dovuto vergognarsi tutti, lui, quel «disgraziato», e quelli che sostenevano la sua innocenza. Agli adepti di una delle più sgangherate trasmissioni di informazione della storia della televisione italiana, bisognerebbe ricordare che la testimonianza di Mario Frigerio non si limitò a un nome sussurrato boccheggiando su un letto d’ospedale. Mario raccontò che quella sera lui e sua moglie Valeria, che abitavano al piano sopra a quello di Raffaella e del suo bambino, sentirono all’improvviso un acre odore di fumo e che per questo vollero affacciarsi sulla tromba delle scale accorgendosi che il fumo proveniva proprio da dietro la porta dei Castagna. Lui scese pronto a portare soccorso, ma quando vi fu davanti, l’uscio dei vicini si spalancò e sulla soglia apparve Olindo, che alla vista di Frigerio la richiuse subito. Il paradosso è che il signor Mario si sentì sollevato. In tribunale disse che in quell’istante la presenza di Olindo lo aveva rassicurato, convincendolo che già qualcuno stesse prestando soccorso. Poi però, un attimo dopo, la porta si era riaperta, e Olindo gli si era scagliato addosso. Lo aveva atterrato a pancia sotto sulle scale, gli aveva premuto le ginocchia sulla schiena, gli aveva sollevato la testa e gli aveva reciso la gola come certi tangheri nei deserti d’oriente, mentre Rosa scavalcava entrambi e inseguiva la povera Valeria, la moglie di Frigerio, che nel frattempo, dopo essersi sporta a sua volta dal pianerottolo di sopra ed essere scesa per pochi gradini, cercava di riguadagnare in fretta e furia la porta di casa.

Il giudice che dovrà assolverli (e che non li assolverà) a tutto questo dovrà fornire una spiegazione plausibile; alla celebre Bibbia, alla tripla confessione, alla precisissima deposizione di Frigerio, al lavatoio di Arcellasco, alla descrizione di armi perfettamente compatibili con l’esito delle autopsie e via elencando un elenco infinito di prove. Prove, non suggestioni.

Ora: scrivo tutto questo non perché mi interessi partecipare all’eterno InterMilan in cui finiamo sempre per ritrovarci noi italiani ogni qual volta ci sia da discutere indifferentemente di Pnrr, di gnocca, di cronaca nera o di “Accalarenzie”. Ne scrivo per la pietà che provo nei confronti dei morti ma anche, e soprattutto, per la pietà che da sempre provo nei confronti dei vivi. Certo, Rosa e Olindo sono vittime di sé stessi e delle proprie azioni. Ma lo sono anche di chi in questi anni ha alimentato le loro illusioni con finalità sulle quali preferisco soprassedere.

Mi porto sempre dentro il ricordo di un ragazzo albanese condannato a una ventina d’anni di galera per traffico internazionale di stupefacenti. Un giorno mi disse: sai, il primo passo per riprenderti la vita – con tutto quello che comporta, vale a dire anche con l’onere di ritrovarsi di fronte all’orrore – è quello di accettare la propria condanna, perché è da lì che si può ripartire. Ecco: se avessero trovato qualcuno davvero desideroso di aiutarli, di “difenderli” come si deve senza alimentare illusioni, forse oggi Rosa Bazzi e Olindo Romano sarebbero altrove, un po’ più avanti su una strada che per la verità, 17 anni fa di questi tempi, avevano già iniziato a percorrere. Il mio augurio è questo: che prima o poi, lontano da questo circo, riescano davvero a rimettersi in cammino.

E che della strage di Erba – per rispetto di tutti – si smetta di discutere, se non per conservare la memoria di chi c’era e oggi non c’è più.

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