Un assoluto fuoriclasse che ha segnato record ancora oggi imbattibili: ecco la storia di ‘Pistol Pete’.
Guardando la NBA di oggi si possono ammirare i migliori artisti della pallacanestro mondiale, ma uno dei primi ad aver unito spettacolo e concretezza è stato senza ombra di dubbio Pete Maravich, il funambolo della Pennsylvania.
Un giocatore cresciuto seguendo la disciplina impostagli da papà Press, militare di origine slava che non faceva sconti nell’educazione di quel ragazzo che aveva qualcosa di magico.
Inventa per suo figlio un esercizio mai visto prima: lo fa salire in macchina con la portiera aperta facendolo palleggiare prono mentre lui è alla guida, aumentando la velocità poco per volta per migliorare il suo ritmo.
Dopo aver ricevuto un addestramento degno di un Marines, Pete va al college a Louisiana State ritrovando proprio suo padre come allenatore.
In tre anni a LSU dal 1967 al 1970 tiene una media di 44,2 punti a gara senza tiro da tre e cronometro dei 24 secondi (ancora non introdotti), un dominio assoluto che ancora oggi non è stato battuto in NCAA e che porta molte franchigie NBA a interessarsi a lui.
Al Draft 1970 viene chiamato alla numero tre dagli Atlanta Hawks e il suo impatto è fin da subito devastante con 23 punti di media nell’anno da rookie.
Rimane in Georgia per quattro anni (in quel periodo gli Hawks avevano praticamente chiuso l’arrivo di Julius Erving prima che l’affare saltasse…) senza risultati di rilievo prima di approdare ai New Orleans Jazz.
Qui la musica cambia per Maravich che diventa uno dei giocatori migliori della Lega con alcuni highlights rimasti nella storia, primo tra tutti i 68 punti messi a referto contro i New York Knicks di Walt Frazier.
Si ritira a 32 anni dopo aver giocato mezza stagione con i Boston Celtics che avevano appena draftato il giovane Larry Bird, ma ormai il meglio è alle spalle.
Una volta smesso con la palla a spicchi si dedica alla religione sperimentando diversi culti prima di convertirsi al Cristianesimo.
Il 5 gennaio 1988 torna in campo a Pasadena in un match esibizione, ma mentre è in campo si accascia improvvisamente: infarto fulminante.
Le analisi che vengono fatte sul suo cadavere rivelano che Maravich aveva una malattia congenita che non era mai stata rilevata, non aveva l’arteria coronaria sinistra.
Una fine improvvisa per un fuoriclasse che ha deliziato le folle NBA con il suo modo di giocare creativo e volto allo spettacolo.
Nel 1987, pochi mesi prima della sua morte, Maravich è stato inserito nella Basketball Hall of Fame (ancora oggi è il più giovane di sempre ad esserci riuscito) e dieci anni dopo la NBA lo elegge tra i 50 migliori giocatori della sua storia, riconoscimento postumo ritirato dai suoi due figli.
Un personaggio che in un arco temporale relativamente breve è riuscito a lasciare un segno indelebile nella storia di questo sport.
Non nascerà mai un nuovo ‘Pistol Pete’.
Stefano Villa – reporter cooperator
