Un ragazzo che era pronto a dominare il basket italiano, ma Enrico Ravaglia è andato incontro a un tragico epilogo.
“A Chicco non si poteva non voler bene, non si scaricava mai, era l’immagine della felicità, come quella sera che ci salutammo per l’ultima volta, dopo avere avuto la netta sensazione che gliel’aveva di nuovo fatta, era davvero tornato”.
In questo breve e toccante estratto di “Il volo di Nembo Kid” Antonello Riva parla di Chicco Ravaglia, uno dei grandi talenti della pallacanestro italiana di fine dello scorso millennio.
Cresciuto cestisticamente a Imola, passa alla Virtus Bologna che alla fine degli anni ’90 è una delle squadre più forti d’Europa. Sotto le Due Torri però iniziano i problemi fisici al ginocchio che lo tengono lontano dal parquet per due anni.
Nel 1999 Ravaglia sembra aver trovato un accordo con Reggio Emilia ma al momento della firma la squadra emiliana si tira indietro, preoccupata dalla salute fisica del ragazzo.
In questa impasse si inserisce Bruno Arrigoni, DS di Cantù, che lo porta in Brianza per permettergli di ripartire a 23 anni in una piazza importante.
E proprio il 23 è un numero che torna in maniera tragica nella sua storia: il 23 dicembre 1999 Ravaglia gioca una partita da incorniciare proprio contro Reggio Emilia realizzando 23 punti, ma quella sera si mette in macchina per tornare a casa e in autostrada, all’altezza di Piacenza, arriva il tragico schianto che gli toglie la vita.
Un duro colpo per tutti. Famiglia, amici e compagni di squadra perdono improvvisamente un ragazzo d’oro.
La sua maglia numero 6 viene ritirata da Cantù, il ricordo nella memoria di tutti gli appassionati di pallacanestro resterà per sempre indelebile.
Stefano Villa – reporter cooperator
