Lo storico capitano della Roma ha vissuto una carriera lunga e ricca di soddisfazioni, ma la sua esistenza si è conclusa in maniera tragica.
È stato uno dei giocatori più celebrati dalla curva giallorossa, per la sua Romanità il suo nome è accostato a quello di Francesco Totti, Daniele De Rossi, Giuseppe Giannini e Bruno Conti: Agostino Di Bartolomei ha segnato un’epoca del calcio italiano.
Un ragazzo cresciuto nel vivaio e arrivato in prima squadra, diventando un punto centrale della formazione giallorossa che con lui è passata dall’essere una comprimaria da metà classifica alla fine degli anni ’70 allo Scudetto del 1983, il secondo nella storia del club.
Un centrocampista elegante, sempre a testa alta, trasformato da Liedholm in uno dei più grandi liberi del Novecento. Velocità di idee e di lettura del gioco, un giocatore che con le sue caratteristiche farebbe comodo a qualsiasi allenatore ancora oggi.
Nel 1984 capitan Di Bartolomei guida la Roma fino alla finale della Coppa dei Campioni contro il Liverpool, la partita della vita per quella squadra giocata allo stadio Olimpico davanti al pubblico dei casa.
La sconfitta ai rigori segnerà profondamente il Capitano (che per la cronaca trasformò dal dischetto), tanto che negli spogliatoi i rumors, mai confermati, parlano di un litigio pesante con Falcao, reo di essersi rifiutato di calciare.
Quel ko decretò la fine della sua avventura a Roma: il nuovo allenatore Sven Goran Erickson gioca un calcio che non prevede la presenza del libero, per Agostino si chiudono definitivamente le porte di Trigoria.
Il suo futuro è il Milan, squadra che lo voleva già da bambino che ricevette un secco no dallo stesso Di Bartolomei che voleva essere profeta in patria.
I rossoneri avevano nuovamente puntato su Liedholm che sapeva bene quanto Di Bartolomei potesse ancora dare alla causa, ma nonostante la mancanza di trofei nei tre anni meneghini continua a dimostrare leadership e carisma anche se gli anni migliori della carriera sono alle spalle, dedicati a quella squadra che gli ha rapito il cuore e a quella Curva Sud che l’ha amato come un figlio.
Cesena e Salernitana sono le ultime tappe del suo percorso calcistico e proprio la Campania, più precisamente Castellabate, diventa la sua residenza dopo il ritiro per provare a dare il via a una nuova vita lontana dai campi (la sua compagnia assicurativa si dimostrerà però un buco nell’acqua).
Il calcio gli è rimasto dentro e proprio a Castellabate apre una scuola calcio per dare a tanti bambini la possibilità di vivere la propria passione, com’era stato per lui a quell’età.
Il 30 maggio 1994, esattamente a dieci anni dalla finale persa all’Olimpico, accade però l’impensabile: Agostino Di Bartolomei si toglie la vita sparandosi un colpo di pistola al petto.
Non si sanno con esattezza i motivi di questo insano gesto, ma alla base della sua tristezza sembra esserci il rifiuto del mondo del calcio nei suoi confronti.
La sua amata Roma non l’ha chiamato per offrirgli un ruolo e un anino gentile come lui soffre terribilmente per questo disinteresse della società che è stata la sua vita.
Una bandiera del calcio italiano che si è ammainata troppo presto, un uomo che non si potrà mai dimenticare: ecco cos’è stato Agostino Di Bartolomei, un vero capitano.
Stefano Villa – reporter cooperator
