Benedetto Croce nacque a Pescasseroli (in provincia dell’Aquila) il 25 febbraio 1866. La sua vita fu tragicamente segnata dal terremoto del 28 luglio 1883: Benedetto si trovava in vacanza con la famiglia a Casamicciola, nell’isola di Ischia, quando una scossa di terremoto uccise suo padre Pasquale, sua madre Luisa Sipari e sua sorella Maria; è vero che la scossa durò appena novanta secondi, ma la sua potenza devastatrice fu enorme. Nonostante Benedetto fosse rimasto per diverse ore sepolto sotto le macerie e avesse riportato fratture in più parti del corpo, riuscì a sopravvivere; con lui si salvò suo fratello Alfonso (1867-1948). I due fratelli vennero affidati al cugino Silvio Spaventa, che li accolse nella propria casa di Roma, dove Benedetto trascorse la restante parte dell’adolescenza ed ebbe l’opportunità di formarsi culturalmente fino all’età di vent’anni. Nel 1910 Benedetto Croce venne nominato per censo senatore del Regno. Nel 1914 a Torino sposò (prima con rito religioso, poi con rito civile) Adele Rossi, dalla quale ebbe cinque figli. All’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra, Croce, avendo ormai quarantanove anni, non fu costretto ad arruolarsi e quindi non andò mai al fronte, a differenza di altri intellettuali. A guerra finita, Croce fu ministro della pubblica istruzione nel biennio 1920-21, nel quinto (e ultimo) governo Giolitti. Sollecitato da Giovanni Amendola, nel 1925 Benedetto Croce scrisse il Manifesto degli intellettuali antifascisti: si trattava della risposta al Manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile e in effetti i due manifesti uscirono a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro (il 21 aprile quello dei fascisti, il 1 maggio quello degli antifascisti). Tuttavia il fascismo nei confronti di Croce non fu particolarmente ostile: è vero che nel novembre 1926 i fascisti gli devastarono la casa a Napoli, ma è anche vero che Croce fu l’unico intellettuale fuori dal coro tollerato dal regime. Benedetto Croce fu anche uno dei pochi a esprimersi contro le leggi razziali a livello pubblico. Una volta finita la seconda guerra mondiale, il 2 giugno 1946 nel famosissimo referendum per la forma istituzionale che doveva assumere lo stato italiano Croce votò per la monarchia. Nel 1949 ebbe un ictus cerebrale, che lo lasciò semiparalizzato; si ritirò quindi in casa, ma continuò a studiare. Benedetto Croce morì seduto in poltrona nella sua biblioteca il 20 novembre 1952, all’età di ottantasei anni.
Dopo aver sintetizzato le sue vicende biografiche, facciamo ora alcuni cenni al rapporto di Benedetto Croce con la religione. Un rapporto piuttosto complesso, diciamolo subito. A complicare ulteriormente le cose, c’è il fatto che Croce in questo ambito modificò alcune sue idee nell’arco della vita. Certamente egli non era un anticlericale militante, tuttavia riteneva importante la separazione liberale fra Chiesa e stato, sostenuta da Camillo Cavour. Nel 1934 Croce ebbe uno scontro con il mondo cattolico, perché il Sant’Uffizio inserì tutti i suoi scritti nell’elenco dei libri proibiti. Ma nel 1942 vi fu un parziale riavvicinamento, perché quell’anno Benedetto Croce pubblicò il saggio Perché non possiamo non dirci “cristiani”; ho detto che fu un riavvicinamento solo parziale, perché in quel contesto l’aggettivo cristiani (che, come si sarà notato, nel titolo compare tra virgolette) non indica l’adesione a un credo confessionale, bensì la consapevolezza di un’inevitabile appartenenza culturale.
Benedetto Croce aveva una concezione molto ampia della filosofia: non la considerava un settore disciplinare limitato, né una branca particolare dell’albero delle scienze, bensì principio universalmente operante che accompagna, con diversi livelli di compiutezza, ogni processo vitale. In questo senso Croce può dire che <La filosofia è intrinseca all’uomo, e lavora in lui anche quando egli non se ne avvede>. La filosofia crociana è fortemente influenzata dalla stagione classica della filosofia tedesca, in particolare dal pensiero di Immanuel Kant e da quello di Georg Wilhelm Friedrich Hegel; ma è un rapporto giocato in piena autonomia e non impedisce il recupero di pensatori che non si collocano su quella linea, come mostra la decisa rivalutazione che Croce a un certo punto farà della figura di Friedrich Heinrich Jacobi. Un altro filosofo che influenzò Croce è Giambattista Vico. Alcune opere filosofiche di Benedetto Croce sono Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale (1902),Ciò che è vivo e ciò che è morto nella filosofia di Hegel (1907), Filosofia della pratica (1909) e La storia come pensiero e come azione (1938). Croce aveva una visione riduttiva della scienza: le negava qualsiasi valore conoscitivo, attribuendole un carattere meramente economico e riteneva che la vera scienza fosse la filosofia. Benedetto Croce per un certo periodo fu amico di Giovanni Gentile, ma poi l’amicizia si ruppe; benché entrambi filosoficamente aderissero alla corrente dell’idealismo, erano divisi sul piano politico, dato che Gentile era fascista e Croce antifascista.
La genialità di Benedetto Croce si espresse anche nella critica letteraria. Come è noto, egli nelle opere letterarie distingueva fra “poesia” e “non poesia”, intendendo con quest’ultima <tutti quegli elementi “allotri” (le parti oratorie, dottrinali, concettuali, propagandistiche, morali ecc.) che costituiscono la “struttura”, una sorta di impalcatura inerte e impoetica, estranea ai criteri della valutazione estetica> (Benussi). Fra gli autori ai quali rivolse la sua attenzione, vi è anche Dante Alighieri; infatti nel 1921, anno del sesto centenario della scomparsa del sommo poeta, Croce pubblicò il saggio La poesia di Dante. Ma Benedetto Croce si interessò anche alla poesia barocca. Infatti nel 1910 Croce curò l’antologia Lirici marinisti, alla quale seguirono due raccolte di studi: Saggi sulla letteratura italiana del seicento (1911) e Nuovi saggi sulla letteratura italiana del seicento (1931); questi tre libri furono tutti pubblicati da Laterza. Inoltre Benedetto Croce tradusse dal napoletano all’italiano Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de’ peccerille di Giambattista Basile; Croce gli pose il titolo di Pentamerone e lo definì <il più bel libro italiano barocco>.
In conclusione, noteremo che gli scritti di Benedetto Croce spaziano dalla filosofia, alla storiografia (nel 1928 pubblicò il libro Storia d’Italia dal 1871 al 1915), all’aneddotica, alla critica letteraria e all’erudizione storica. Egli fu indubbiamente un intellettuale a trecentosessanta gradi!
Michel Camillo-contg.news
Il filosofo e intellettuale a trecentosessanta gradi amico di Michel Camillo viene scoperto. Sapete chi è ? Benedetto Croce
