Augusto Sebastiano Ferrero è un poeta cantore di Graglia. Paese di Montagna sito nel territorio biellese. Territorio di origine laniera.
Lo scrittore e poeta è nato circa intorno la seconda metà dell’Ottocento.
Vi è da sottolineare che fu un autore poco conosciuto. Augusto Sebastiano Ferrero fu un autore nato a Bologna nel 1866 . Pensate che fu l’unico maschio di quattro sorelle . Ovviamente stiamo parlando del periodo dove regnava la monarchia e la situazione era completamente diversa dalla società di oggi infatti il padre gli diede una educazione severa.
Perchè questo?
Il nostro Augusto Ferrero fu figlio della nobiltà infatti il padre fu un barone. Educazione severa ma giusta che lo formò nella sua arte.
Il suo busto si trova presso la Chiesa di Graglia dove c’è scritta l’insegna “nobile e generoso” in quanto donò parte del suo ricavato al luogo sacro .
Gli studi
Il giovane Augusto Ferrero fu laureato in Giurisprudenza all’età di ventuno anni.
Scrisse diverse opere e fu caporedattore di “ Tribuna” , collaboratore della Rivista “ Nuova Antologia” & de la “Stampa”.
Le Opere
Nostalgie d’Amore
L’anima e la goccia
x
O giuochi, o vicende
dell’alta grondaia!
La goccia discende
lunghesso le sponde;
a un’altra s’appaia,
con lei si confonde:
poi tremula pende,
discende, discende,
più lieta, più gaia,
le pensili gronde.
Nell’àmbito breve
specchia la forma della terra, intera: sì spicca, lieve
varca, ed infrangesi
in mille spruzzi, giù, sulla ringhiera.
Anima mia, se mai
t’imbatterai
nella predestinata alma sorella,
con lei confonditi.
Segui un ugual cammino,
quale il destino
lo appresti, sia di gioia o di dolore. Cieca è la stella,
vedrai, d’amore.
Ogni dolcezza che la vita aduna, ogni amarezza che la fronte abbruna, crescon su quella via.
Forse un oscuro baratro,
o imponderabil atomo del mondo, nel suo profondo
a spezzarti ti attende, anima mia!
Se le tue labbra… *
Quando scoti la testa e i ricci bruni che alla fronte ed agli occhi un vel ti fanno, come a cacciarne gli ospiti importuni, i pensier d’ogni tuo passato affanno;
e nella voce sconsolata aduni
le sofferenze che sul cuor ti stanno, poi nel buio avvenir scruti se immuni ore serene ancor ti arrideranno,
io le memorie de’ patiti guai con mesta.e dolorante anima ascolto,
seguo il vol delle trepide speranze,
Ma oblio poi tutto, voti e ricordanze, se le tue labbra sfiorano il mio volto nel lieve bacio che talor mi dèi.
Onde incerta tuttor…
In cocchio ella passò rapidamente, mi scorse alla finestra, con ta mano breve accennommi in atto di saluto, all’angol della via poscia disparve. Per quella cara vision fugace,
pe’ suoi misteriosi occhi profondi,
per la favella sua lene e soave,
che non intesi allor, ma dolcemente, quando l’intendo, mi si turba il core, mi videro quel dì pensoso e muto.
Dappoi ch’io l’amo, più non scrissi verso, ed or la penna nella man mi trema. Vengon talora dei passati amori ©
a visitarmi le fugaci larve
e de’ pochi bei dì la ricordanza,
onde prima cantai le brevi ebbrezze,
cui presto di gaiezza il tempo sfronda. Ma il foco, per che tutto or mi consumo nel pensiero di lei, che non lo scorge, non ho provato mai. L’antica strofe,
che le vie del mio cor tentava un giorno scrutandone gli affetti ed i pensieri, ripiega l’ali e al volo oltre non regge. Quale, in un grigio mare d’acque morte, senza vela o timone errante nave cui certa meta o porto non appaia,
talor che il cuore naufraghi mi sembra…
x
Soli passeggiavam per un sentiero perduto in mezzo al verde ed alla pace, molto innanzi all’allegra compagnia. Pensava ella, a che mai? tacendo entrambi. Tra frondosi castagni il ciel ridea profondamente azzurro, e poca voce davan le frasche al venticel leggero. Apparivano candidi villaggi volonterosamente in contro al sole sovra l’opposta riva, rimpiattate
tra frassini ed ontani erme’ casette, ferrate crbci in vetta ai campanili; dall’un pascolo all’altro con vivaci squilli di campanelle ed ampi mugghi
mutui saluti si dicean le vacche.
Poi che l’altro tacea, nè del torrente
il solingo fragore ivi salìa,
d’un senso istesso l’anima compresa
noi ci guardammo in volto: ho forse errato, ma ne’ grandi occhi suoi la prima volta quel dì lessi una tenera parola:
Giungea frattanto l’altra compagnia
e di colti ciclami e margherite
grandi mazzi le offerser le fanciulle.
. Ella chinossi allor, tolse un selvaggio garofano dal cespo, me lo porse,
e nè meno guardommi o disse motto, onde incerta tuttor l’anima pende.
Lettera d’Agosto
A tergo della chiesa, sul piazzale, » dormono molti antichi ippocastani; ivi dolce è l’orezza ed il viale protegge gli ozi e gli idilli montani; e tu, mentre il seren propizio dura,
qui vieni a contemplar monti e pianura.
Noi staremo a cianciar tranquillamente ;
i bimbi giocheran sovra il sagrato,
e le fanciulle, sul ricamo intente,
si confidan qual è l’innamorato
che sognano; ed i vecchi a quando a quando
passano, lenti e placidi, fumando.
Le mamme parleran delle figliuole, disegnando accasar le grandicelle. Noi, guarderemo al tramontar del sole, al tremolare delle prime stelle,
b alla vallata, che s’apre e si perde
nel piano immenso, fra la nebbia e il verde.
Un alternar di strisce auree e rosate per ampie gole e poggi e vette esìli, un folgorìo lontano di vetrate,
un biancheggiare, al pian, di campanili, d’ampie città, di piccoli villaggi accende il sole con gli estremi raggi.
Ma, poi che l’Alpe andò trascolorando a e un azzurro pallor s’effuse intorno, o vanno i suoni morendo e lontanando sì come muore e s’allontana il giorno: una vetta con l’altra si confonde “2 e solo i rivi parlano, e le fronde.
Che mestizia tra il vivo aere montano pervade allora la crescente sera, mentre i borghi dileguano nel piano ed in voce di pianto e di preghiera suonano l’ore, sola eco di vivi, e tra i fochi onde si van stellando i clivi! .
E il partir com’è grave! Alla serale frescura giova, fra le nere ombrìe, ancora ir perseguendo un ideale
e vagheggiando antiche fantasie
cui già sognò la prima giovinezza, larve, d’amor ridenti e di dolcezza…
Amico, vieni! Sentirai dal cuore
le rime rampollar solenni e meste, come i ricordi di uno spento amore, come i silenzi della pace agreste;
e guardando pensosi all’avvenire
ci tornerem gli antichi sogni a dire.
Ballo rusticano
Or deh venite! Nel seral silenzio : î lieto l’accordo delle danze suona;
abbandonate all’impeto ‘ di un waltz le grazie e il brio della persona:
giova obliar dell’algide
cure l’assidua stretta,
mentre di verdi cime e di comignoli 7 la luna intorno ombre bizzarre getta À ed il villaggio e la campagna dormono dolce cullati dal seral silenzio…
Or deh venite! al blando albor lunare una melanconia s’infiltra lene,
dilaga una romantica
tristezza a poco a poco entro le vene. Ma qui di un waltz nel vortice
sfuman le meste ubbie;
nella voce, negli occhi accende l’anima un sorriso di rosee fantasie,
mentre dormon le guglie ed i comignoli
nella gran pace dell’albor lunare…
Venite, o bella! il Îieve scialle in testa, – deh venite a ballare!
di smeraldine lucciole una festa brilla nei prati al mite albor lunare. Deh venite a ballare…
Mesto ritorno
Ah non mai come allor, discolorito
mi parve il sole e negra ogni terrena forma! Noi ci lasciammo ed io, romito, scesi la via che a Borgofranco mena.
Riteneva tuttor l’occhio smarrito
la tua ridente vision serena;
faceanmi un mesto affetto e un infinito sconforto in cuor tumultuosa piena.
Così, quando del pian l’ombra m’accolse
fra gli olmi polverosi, e solitaria Andrate sulla costa irta imminea,
col sol, disceso dietro a Cavallaria, l’ultima luce dal mio cuor si tolse e tutta intesi del morir l’idea.
Voci spirituali.
Un gran sipario mobile di nubi erra sul colle: tenui vapor si levano dalle roride zolle;
e solitario il passero mestamente si lagna della morta campagna.
Da quanti anni la Vergine,
pinta sulla casetta
bianca, il novo riedere
di queste brume aspetta, ed al petto serrandosi
con più ardore il Bambino, piega il volto divino!
Ricordi ancora il balsamo delle viole al maggio?….. Oggi solo di semplici preci ti dà l’omaggio l’abitator del rustico borgo, se dalla valle
a Te lo mena il calle.
Meglio. Per selve e pascoli più che la voce umana amo il cheto bisbiglio
del rìo che s’allontana,
ed altre acque gli mandano una voce cortese
per le balze scoscese.
Chi vi intende, o colloquii degli alberi e dell’onde ? Solo il poeta l’avido spirto con voi confonde; sente dell’acque il palpito, e l’accennar dei rami
lui solo par che chiami.
Già nel tempo che il fervido agosto era sui prati,
e l’erta via salivano
i cocchi affaticati,
egli vi disse l’intimo pensiero, il senso interno che in lui dimora eterno.
Ma poi che disparirono gli ultimi viandanti,
e tacque il motto facile e il riso dei bagnanti; or che pei vasti pascoli, e per il bosco, solo canticchia il legnaiuolo;
ei più cara la limpida vostra favella ascolta errar’ nel gran silenzio, nella pace raccolta, ov’ei posa lo spirito, perenne pellegrino affranto dal cammino.
E qui avrà quete. O nebbia, tu gli celi allo sguardo delle città, degli uomini
il consorzio beffardo :
tutto lo avvolgi, e languida ogni sembianza sfuma
nel bacio della bruma.
Così, qual per aerea
plaga non nota al sole, giungo del santuario
alla romita mole
e dalla vetta mistica,
di fra le nubi, invano ficco lo sguardo al piano.
Meglio! Lontan dagli uomini oh vivere un istante,
nei sogni, nella nebbia,
con l’acque e con le piante; scordar ch’io sono un atomo, una briciola oscura dell’immensa natura!
Lasciar del mondo i tramiti stanchi da piè mortale;
in alto, in alto assorgere, al puro, all’Ideale,
e dalla vetta mistica,
fuori del volgo, anch’io
qui favellar con Dio!
Giovedì santo
Fuor la piova alle finestre della chiesa forte scroscia: dentro piangono le voci, geme l’organo d’angoscia.
«Cristo soffre, dice il prete. Triste a sangue è il suo tormento ». a Cristo soffre» dice il coro con funereo lamento.
Della bruna arcata all’ombra seguo i canti, seguo i suoni: prega il labbro e pur. lo spirto fugge, ad altre visioni. , P È
Poi d’un tratto ecco un fragore soverchiar la voce umana; come desta all’improvviso dà un rintocco ogni campana.
«A Dio gloria! » intuona un rombo dall’eccelso campanile: | lento, uguale si diffonde. Con un tremito sottile 1
« Gloria a Dio!» dice un tintinno dall’attigua sacrestia. Parlan gli echi della chiesa, dell’assorta anima mia. I
Indi tacciono le squille, come vinte dal dolore: taceran finchè risorto non le allegri il Redentore.
Ahi! nell’ombra taciturna il mio spirto indarno prega, chiede pace, chiede oblìo; poichè il fato glielo nega,
ei disciogliersi vorrebbe! Ir nel vento, con la polve, con il polline dei fiori, con gli odor che l’aura volve :
ir dovunque un grido il chiami, via pel colle, via pel piano; salutar le nevi eterne, i sospir dell’oceàno;
poi risorto a nova vita agitare il canto e l’ali nel fulgor del sole e lungi dalle sedi de’ mortali!…
Una voce nel silenzio
Per la chiostra dei monti il dì si annera;
nell’oro violato del ponente a
spiccano i bruni vertici dei faggi. ) Taccion l’opre e la vita, nella sera: solingo, nella valle ima, il torrente geme, ‘diserto dagli estremi raggi.
da
E l’angusto sentier nella calante ombra s’immerge: a paro gli cammina, IN È conversando in fruscìo lieve, il ruscello. N Talor passa, cantando, ‘una tornante 7 fanciulla con la greggia alla cascina, e o stormiscon le fronde a un vol di uccello. Ogni altra cosa, poichè il dì l’ha stanca, | melanconicamente intorno tace nella solennità grave dell’ore.
Poi d’improvviso strepita la Janca:
le due cascate rompono la pace, corre un tremor pel bosco a quel fragore.
Così, talor, sovra il lago dell’alma *
stagna una. morta quete, e alcun aspetto caro a fior dell’immote acque non dafza. Poi d’improvviso un palpito la calma rompe; i ricordi fluttuan nel petto e si Teva una tenera sembianza,
Giorno di pioggia
Il giorno è freddo, fosco e melanconico. » la piova, e non ha posa il vento. vite, con tenace abbracciamento, + al rudere, che crolla, ancor si abbranca; ma via, con ala stanca, ad ogni imperversar della bufera | cadon le foglie a schiera. MeEi giorno è freddo, fosco e melanconico.
È fosca la mia vita e melanconica.
Cade la piova, e non ha-posa il vento.
Il pensier, con tenace abbracciamento, passato, che crolla, ancor si abbranca;
na via, con ala stanca, adon le spemi giovanili a schiera
ell’urlante bufera. E i miei dì sono foschi e melanconici.
Taci, dolente cuor, taci. A che mormori? Dietro le nubi ancor non venne meno il fulgore del sol nel ciel sereno. Quel, che accusi, destin di tue vicende, tutti ugualmente attende. Sovra ogni vita d’uom passa il lamento della piova e del vento:
passano giorni foschi e melanconici.
Triste vigilia
Diman sarai lontana; € più nessuna amica voce mi darà conforto, nè, fuor dai nembi che il destin mi aduna,
Presso a te, sul balcone, oggi la luna mi spia, nel lùme de’ tuoi occhi assorto;
‘mi rivedrà domani, all’aria bruna, 1 solo col sovvenir che meco io porto.
Col sovvenir che mai, mai non mi lascia, e di te mi favella assiduamente e dell’amor che indarno ebbi nudrito;
col fido sovvenir pieno d’ambascia, da che troverà posa il cor dolente | sol nel supremo oblio dell’infinito.
Recensione
Emanuele Dondolin- giornalista & direttore di contg.news
La lettura di questa opera descrive i sentimenti e le emozioni del poeta Ferrero nei confronti dell’Amore.
Amore visto come segno di tristezza e dell’incomprensione della propria amata, amicizia vista come segno di speranza per ricorrere alla ricerca dell’altro.
La dichiarazione completa verso la sofferenza di Gesù nel Giovedì Santo
durante l’ultima cena.
Un’amore commisurato verso l’altro inesprimibile a parole ma purtroppo incompreso verso la società di quel tempo.
Augusto Ferrero ci insegna senza volerlo che il suo tempo si unisce al nostro tempo dove valori e insegnamenti sono perduti perché l’egoismo e la mancanza di aiuto reciproco vengono sempre meno.
A lui il grazie della letteratura italiana e di chi nelle sue opere si rappresenta.
