PADOVA – Anila Grisha è una operaia di 26 anni rimasta vittima di un incidente in un’azienda alimentare di Pieve di Soligo dopo essere rimasta incastrata con la testa all’interno di un macchinario.
Mentre i dati dei morti sul lavoro sono impietosi con il conto dell’INAIL elaborato dall’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente di Vega Engineering, che riscontra da gennaio a luglio 2023 in 559 vittime, mentre Landini fa finta di litigare con Salvini per lo sciopero dei trasporti per ridurlo a 4 ore così da non creare troppi problemi (l’esatto contrario dello scopo di uno sciopero), mentre si blatera di salario minimo quando ci sono 22 contratti nazionali con paga oraria inferiore ai 9 euro siglati dai sindacati stessi, mentre il 63 per cento delle famiglie fa fatica ad arrivare a fine mese (dati Eurostat) Anila verrà sepolta sotto terra e la lapide porterà ad imperitura memoria la foto di lei sorridente.
Quel sorriso che pubblichiamo qui come gli altri giornali on line o cartacei quasi a mitigare un senso di colpa individuale che diventa collettivo grazie alla rete e all’informazione, ma per fortuna della nostra ipocrita coscienza questo senso di colpa verrà mitigato dalle indagini che hanno già individuato il colpevole nel collega che avrebbe attivato per sbaglio la macchina mentre Anila era impegnata in alcune verifiche dello stesso nuovo strumento.
In quella nazione le cui fondamenta costituzionali sono l’articolo 1 che parla, appunto, di nazione ‘fondata sul lavoro’ : vivere lavorando non è più possibile. Semplicemente lo stipendio di un operaio non è più sufficiente. Semplicemente di lavoro si muore : collettivamente come nel caso dell’ Eternit secondo sentenza bis del giugno di quest’anno o singolarmente come Anila.
Una nazione allo sfascio per ingordigia della classe imprenditoriale, per bulimia della banche, per cecità di una classe politica che ha fatto perdere la sovranità monetaria all’Italia, per latitanza dei sindacati che si unisce ad una classe operaia stessa, poco incline al rifiuto, pronta a non usare i DPI per fare prima il lavoro, ad accettare condizioni di lavoro quantomeno discutibili per arricchire il padrone che in cambio gli darà una carota e non una sonora bastonata come si meriterebbe quando non si imbraga per andare sul tetto, non usa il guanto d’acciaio quando disossa un prosciutto.
‘Acciaio’ che è anche il titolo del romanzo d’esordio della scrittrice Biellese Silvia Avallone che termina alla maniera di Tomasi di Lampedusa ovvero con tutti i protagonisti che tornano a passare il loro tempo insieme come sempre : Francesca continua ad essere picchiata dal padre e Arturo girovaga per la provincia di Livorno per fare soldi facili e di tanto in tanto torna a casa, ‘perché tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi’ come recitava Tancredi nel ‘Gattopardo’ appunto.
E in ‘Acciaio’ tutto torna come prima, nella meschina povertà intellettuale del nuovo proletariato. Tutto tranne Alessio, che semplicemente muore sul lavoro.
Dalla letteratura alla realtà : Anila è morta.
Intanto in Italia cambiano i governi, la moneta corrente, i segretari confederali, le norme sulla sicurezza e i magistrati, perchè nulla cambi : perchè ci siano sempre operai che accettano stipendi sempre più bassi nel lavorare in condizioni discutibili, perchè ci siano sempre più tasse per gli imprenditori, perchè si continui a morire di lavoro e per il lavoro : tanto è così e sarà sempre così fino a che non ci sarà una presa di coscienza vera e convinta, collettiva e veemente.
Perdonaci Anila, perdona la tua nazione anche se, visto il tuo nome e cognome, per alcuni indigeni tua non avrebbe dovuto essere, perdona la nostra codardia e la nostra paura. Ora faremo un disegno di legge, una bella commissione parlamentare, un po’ di parole (comprese queste), perchè nulla cambi.
Ma tu continuerai a sorriderci dalla foto di una lapide. E nulla cambierà.
ANDREA GUASCO-CONTG.NEWS
