Una volta compiuti i 21 anni di età e dopo aver ottenuto il mio primo lavoro finalmente mi sentii autorizzato ( anche dopo lunghe e sofferte trattative con mio padre ) a comprare la mia prima auto.
Avevo le idee chiare sulle caratteristiche che la mia prima auto avrebbe dovuto avere.
Intanto avrebbe dovuto essere dotata di quattro ruote possibilmente in buono stato ( ma non era una condizione irrinunciabile).
Poi avrebbe dovuto disporre di due sedili decorosi anche perché, in linea con la mentalità dell’epoca, pensavo che con una macchina di proprietà non avrei avuto difficoltà ad ospitare sul sedile passeggeri la fidanzata di turno ( e poi invece scoprii che non era proprio così e molto spesso quel sedile rimase vuoto).
La mia nuova auto avrebbe dovuto avere un motore affidabile che mi avrebbe dovuto tenere lontano dalle parcelle del meccanico.
Avrebbe dovuto consumare poco perché i soldi per la benzina era scarsi.
Avrei potuto parcheggiarla in strada senza troppe paura dei furti che in città in quel periodo erano all’ordine del giorno.
Sarebbe dovuta costare poco. Perché non era pensabile per mio padre parlare di “ rate”, un mezzo di acquisto che in famiglia era visto, per motivi di decoro che mi sono rimasti oscuri, come il peggiore dei diavoli.
Dopo aver ponderato a lungo e dopo aver effettuato una accurata ricerca di mercato scoprii che un mio amico vendeva una cinquecento di 20 anni a un prezzo che si potrebbe definire simbolico : 200.000 lire.
Avevo trovato l’auto dei miei sogni.
Una volta acquistata mi dedicai ad abbellirla. Trascorrevo ogni minuto del mio tempo libero a lavare la carrozzeria. A pulire l’abitacolo e i sedili. A controllare il motore; un gesto che mi faceva sentire in sintonia con quella macchina anche se poi in realtà di motori non ho mai capito nulla.
Poi un giorno scoprii con orrore, dopo un violento acquazzone, che la “ pedana” della mia auto era bucata in alcuni punti. Scoprii anche che le barre laterali erano, per usare un eufemismo, pericolanti. Non sapevo cosa fare. Un intervento serio avrebbe significato pagare una cifra considerevole. Optai per una soluzione “fai da te”.
Una applicazione di cemento armato alle barre e tappetini impermeabili sulla “pedana”. Fu una ottima soluzione che mi permise di utilizzare la cinquecento ancora per molto.
Oggi penso che quell’auto era forse una riuscita metafora dei miei tempi giovanili. La semplicità. Il sapersi accontentare. Il fare continuamente i conti con problemi economici.
Oggi che posseggo un’auto dotata di ogni confort mi chiedo se in definitiva è valsa la pena di trasferire su un mezzo di locomozione molte delle mie aspettative o se ha senso essere bombardato ogni giorni da pubblicità subdole che parlano di immagine e di vite realizzate.
Per questo porto ancora nel cuore la mia prima cinquecento, il suo motore “puzzolente” che funzionava anche da riscaldamento nei mesi invernali, il tremore della carrozzeria quando superavo i 50 chilometri orari.
