Il Lattanzio. L’uomo che si convertì al cristianesimo.


Lucio Cecilio Firmiano Lattanzio nacque in Africa intorno al 250 da una famiglia pagana.
Grazie alla propria fama di retore verso il 290 fu chiamato da Diocleziano a Nicomedia (in Bitinia) a insegnare retorica. Successivamente Lattanzio si convertì al cristianesimo; ma, a causa delle persecuzioni anticristiane, nel 303 fu costretto a lasciare l’insegnamento. Nel 305 Lattanzio abbandonò la Bitinia e si rifugiò nella parte occidentale dell’impero. Fra il 310 e il 311 Costantino I lo chiamò a Treviri (in Gallia) come precettore del figlio Crispo. È probabile che Lattanzio sia morto a Treviri alcuni anni più tardi; la sua morte sarebbe da collocare intorno al 325.
Prima di illustrarne le opere, vediamo alcune caratteristiche generali dello stile di Lattanzio e del suo pensiero. Il suo stile è ancora strettamente legato a schemi argomentativi e teorici della cultura classica, nonché agli ideali della romanità; il suo stile risulta comunque fluente e il suo argomentare è stringente e segue sempre un preciso filo logico, come richiesto dai dettami della retorica. Il tentativo di assimilare la cultura pagana in quella cristiana emerge anche nell’imitazione stilistica di Cicerone. A questo proposito Lattanzio si oppone a Tertulliano, il quale traccia una vera e propria cesura fra filosofia antica e cristianesimo; al contrario Lattanzio sostiene che l’insuperabile grandezza del cristianesimo risieda nella capacità di appropriarsi al meglio della cultura dei greci, dei quali è, in un certo senso, il “frutto” naturale.
Mentre le opere del periodo pagano sono tutte andate perdute, se ne conservano alcune del periodo successivo alla conversione; ecco i titoli delle principali: De opificio Dei
(=L’opera di Dio), Divinarum institutionum Libri VII o Divinae institutiones (=Istituzioni Divine), De ira Dei (=L’ira di Dio), De mortibus persecutorum (=Le morti dei persecutori). Nel De ira Dei (scritto dopo il 313) Lattanzio polemizza con gli stoici e gli epicurei, sostenitori dell’ atarassia e dell’imperturbabilità degli dei, affermando che Dio interviene nelle vicende umane, in bene o in male, specialmente per punire gli individui che lo offendono. In particolare, il nostro si accanisce contro Epicuro e la sua convinzione del disinteresse divino per le vicende umane.
Il De mortibus persecutorum è probabilmente l’opera più famosa di Lattanzio; è un trattato suddiviso in oltre cinquanta capitoli e venne composto negli anni immediatamente successivi all’Editto di Milano. Il trattato ha lo scopo morale di istruire i cristiani su quale fosse la sorte che spettava ai nemici di Dio; esso narra, con uno stile scorrevole e a tratti molto crudo e vivace, la vita, le sofferenze e la tragica fine di tutti i persecutori del cristianesimo, iniziando da Nerone e giungendo fino a Massimino Daia. Ma alcuni studiosi hanno messo in dubbio che Lattanzio sia veramente l’autore del De mortibus persecutorum, perché questo trattato, per il gusto del macabro di molte scene e per lo stile ardente e diretto si differenzia dalle altre opere di Lattanzio, nelle quali prevale invece un’eloquenza molto più pacata.
Michel Camillo-reporter cooperator

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