L’omicidio di Torbiano. La Violenza

Avvertivo attorno la odiosa invadenza di vecchie abitazioni fatiscenti e ferme nel tempo. Ovunque indirizzarsi il mio sguardo riuscivo sempre a percepire incombente su di me la loro immagine decadente. Torbiano continuava a rappresentare la mia più grande ossessione. Qualche volta lo immaginavo come un nemico a cui avevo perfino negato l’affetto che di solito gli uomini concedono ai luoghi della propria memoria. Altre volte provavo verso questo paese un sentimento opposto. Lo percepivo come un rifugio in grado di proteggermi. Del resto, Torbiano si era sempre nutrito di tutte queste contraddizioni. Mi apparteneva come io appartenevo a lui.
Dovevo riuscire a comprendere in che luogo ero tornato a vivere. La vera anima di Torbiano e della sua gente continuavano, infatti, a rimanere per me un mistero insoluto. Solamente una persona poteva aiutarmi in questa ricerca. Don Paolo, il geloso custode di tutti i segreti del paese. Era necessario che lo incontrassi ancora una volta, vincendo la mia naturale repulsione nei suoi confronti. Rivedendo don Paolo nella sua chiesa un poco mi ero lasciato condizionare da quella immagine da ingenuo prete di campagna. In realtà il prete che avevo incontrato dopo tanti anni non era affatto diverso da quello che ricordavo : un prete ancora alla ricerca, dopo tanti anni di sacerdozio della sua vera identità. Scontroso fino all’antipatia e fatalmente vittima delle molte, troppe contraddizioni di questo paese. Eppure, in quei momenti qualcosa mi spingeva a giustificare il suo modo di fare. Quella ambiguità poteva essere un maldestro espediente per proteggersi dalla realtà che lo circondava e che non era mai riuscito a dominare. Se questa intuizione fosse stata corretta – e probabilmente lo era – allora per spiegare ogni cosa esisteva una diversa prospettiva. Don Paolo era forse un uomo debole, incapace di reagire al destino, vittima delle circostanze. Questo stato d’animo col tempo lo aveva reso un individuo insignificante e incapace di proteggere la sua immagine di sacerdote.
Poco dopo, incontrandolo nella sua chiesa, ebbi la conferma che i miei sospetti erano tutti fondati e che don Paolo era soprattutto una vittima delle circostanze. Si era intrattenuto in chiesa, come ogni pomeriggio, seduto in disparte sui banchi dei fedeli, al riparo da ciò che accadeva intorno a lui. Lo vidi seduto in un angolo buio , da solo in mezzo alla navata centrale. Ripiegato su se stesso, pareva una statua di marmo, immobile, ingrigito dal suo colorito pallido. Don Paolo stava pregando. Si accorse di me e mi osservò stupito. Gli occhi acquosi occupavano per intero il suo volto quasi tumefatto, contratto nello sforzo di sembrare normale. Mi indicò
“ Ero certo che saresti ritornato. “
Ancora in quel frangente don Paolo mi sembrò un prete sbagliato. Ricordavo bene quando da ragazzo mi impegnavo con lui in lunghe ed estenuanti discussioni teologiche che mi vedevano sempre soccombere.
“ Secondo me è importante pensare e vivere come veri cristiani. Noi siamo diversi dagli altri uomini e da ogni altra religione. Tutto il simbolismo che voi preti avete messo intorno a questi due concetti, non porta da nessuna parte. È una semplice costruzione dialettica. La chiesa da secoli ha colonizzato i simboli della nostra religione ma non ha mai indotto i suoi fedeli a vivere e pensare come veri cristiani “.
Don Paolo era già allora un prete alla continua ricerca della propria fede. Ma trovava sempre il modo di trattarmi come un ingenuo ragazzino. Gli bastavano poche parole per farmi sentire inadeguato.
“ Il simbolo fa parte di Dio. Imparerai ad accettarlo “
“ È vuota apparenza “
“ Non è vero. Nel simbolo si nasconde la verità “
Eravamo entrambi giovani uomini, innamorati della vita e pensavamo di poter governare con le nostre parole il grande svolgersi del tempo. Un atto di fiducia insensato che ben presto avremmo pagato a caro prezzo.

Vedendolo da solo, curvo sotto il peso degli anni, abbandonato in una chiesa che non riusciva più a percepire come propria, provai quasi un senso di pietà nei suoi confronti.
“ In un certo senso io e te ora siamo complici.”
Rimanemmo in silenzio per qualche tempo mentre improvvisi lampi di paura attraversavano il suo viso. Poi una risposta tagliente, forse dettata da un desiderio di vendetta perché ancora gli pesava il mio antico rifiuto, mi ferì profondamente.
“ Non siamo affatto complici. Tu hai forse bisogno di me ma io non ho certamente bisogno di te “
Avrei voluto rispondere che avevo bisogno di un vero prete, in grado di ascoltarmi. Che entrambi eravamo diventati due uomini inutili. Ma non dissi nulla di tutto questo. Mi limitai ad annuire, ricacciando in gola la voglia di urlare.
“ È vero. Ho bisogno che tu mi aiuti a risolvere molti dei dubbi che mi stanno assillando in questi giorni. “
I fremiti di paura di don Paolo, prima solo abbozzati, sembrarono diventare ancora più evidenti. Non capivo per quale motivo la mia richiesta di aiuto lo avesse disturbato.
“ Voglio che tu mi giuri , in questa chiesa, qui di fronte a lui” indicai il grande crocifisso che si affacciava sull’altare maggiore “ che tu non sai nulla della scomparsa di Angela.”
Don Paolo ora si guardava continuamente attorno, quasi cercando una via di fuga. Decisi che era venuto il momento di affrontare in modo diretto la ragione per cui mi trovavo a Torbiano.
“ Qualcuno mi ha detto che Angela è vissuta a lungo in paese. “
Don Paolo mostrò nuovi evidenti segnali di nervosismo. Stava per crollare e volevo subito approfittarne.
“ Parlami di lei, ti prego. Devo capire perché è tornata. Ma soprattutto ho bisogno di capire perché ha deciso di abbandonarmi “
Don Paolo, senza una parola, si girò di spalle , fissando a lungo il crocifisso appeso sopra l’altare.
“ Hai ragione. Hai il diritto di sapere perché tua moglie ti ha lasciato “
Poi tornò a guardarmi
“ Ed io almeno una volta nella mia vita devo cercare di essere un buon prete.”
Mi sorrise, mostrandosi finalmente conciliante
“Seguimi “
Si diresse verso la grande sagrestia, il cui ingresso era nascosto dietro all’altare maggiore. Una piccola porta chiusa, sufficiente per far passare una persona alla volta, immetteva in un salone spazioso, arredato in modo severo, con mobili d’epoca, di noce scuro.
“ Benvenuto nel mio mondo “
Don Paolo mi sorrise, orgoglioso per avermi concesso di conoscere il suo rifugio più nascosto, un privilegio fino a quel momento riservato a pochi intimi. La sagrestia della chiesa era sempre stata un luogo speciale e inaccessibile. Gli unici individui autorizzati a varcare quella soglia erano una anziana parrocchiana che aiutava don Paolo nei lavori domestici e il fedele sacrestano che lo accompagnava da anni. Per tutti gli altri individui vigeva l’ordine tassativo di non provare per nessuna ragione ad aprire quella porta sempre chiusa.
“ Io ti posso aiutare. Ma devi promettermi di non parlare mai con nessuno, per nessuna ragione, di quello che ti dirò e che vedrai in questa stanza“
Lo guardai stupito per quelle parole così forti e anche infastidito dall’aria di mistero che traspariva dalle sue parole.
“ Va bene, te lo prometto. “
Don Paolo si diresse verso un grande armadio, con due porte malferme, decorate in tutte le sue parti da complicati intarsi di figure religiose. Era un legname opaco e sacro, tutto rovinato dal tempo. Nell’aria fluttuava una polvere fastidiosa e un odore sparso, non aggressivo, di incenso. Estrasse dalla tasca sformata della sua giacca una grande chiave in ferro.
“ Chiudi “ indicò l’ingresso “da quella porta non deve uscire nulla, neppure i nostri pensieri. “
Don Paolo aprì con una certa fatica una delle due pesanti porte dell’armadio. Al suo interno erano conservati alcuni quaderni dalle copertine cartonate dai molti colori.
“ In questi quaderni è contenuta tutta la storia di Torbiano e dei suoi abitanti. Li ho scritto io stesso, giorno dopo giorno, fin da quando sono arrivato tanti anni fa in questo paese. “
Nella sua posizione di parroco e di confessore, don Paolo si trovava a essere l’involontario custode dei segreti di molte famiglie. Non potei fare a meno di chiedermi se quei quaderni contenessero anche le storie dei miei genitori o magari il racconto della nostra visita in valle di Susa, presso la casa degli amici preti.
“ Ciò che si dice in paese è tutto vero “ camminava per la stanza a testa bassa, quasi vergognandosi della sua ammissione “ da molti anni ho deciso di annotare fedelmente qualsiasi avvenimento accaduto. Fatti a cui ho assistito personalmente o che ho conosciuto dai racconti dei miei parrocchiani. “
Non riuscii a risparmiargli ciò che stavo pensando di lui.
“ Quello che hai fatto è imperdonabile “
Don Paolo improvvisamente colpì il grande tavolo dove già aveva iniziato ad accatastare alcuni quaderni, con una violenza che non mi sarei mai aspettato di scoprire in un uomo mite come lui. Il suo volto era diventato una maschera devastata dal rancore.
“ Non è come tu pensi. Scrivo perché sono costretto a farlo. “
Subito dopo, probabilmente pentito per quello sfogo improvviso, tornò a guardarsi attorno , con la solita diffidenza, quasi temendo che qualcuno avesse potuto ascoltare le sue parole.
“ Questi quaderni sono l’unico mezzo che ho a disposizione per riuscire a sopravvivere. “
Come ogni uomo di Torbiano, don Paolo stava cercando di difendersi da un qualcosa di non ben definito e nel contempo di spaventoso. Afferrò uno dei quaderni e me lo lanciò.
“ Prendi questo e vattene .“
Con quel suo gesto mi concedeva forse per la prima volta la possibilità di entrare dentro ai segreti della sua vita. Fissò a lungo i miei occhi, mostrandosi fiero del coraggio mostrato. Ma il suo atteggiamento, all’apparenza così determinato, nascondeva ancora una volta un inconfessabile segreto. Parlò velocemente, come per liberarsi da un peso che era diventato insopportabile.
“ Nives mi violenta “ la voce di don Paolo assunse una intonazione lamentosa, con una cadenza da donna spaventata “ a volte lo fa addirittura qui, in questa stanza. Conosce tutto di me e sa della mia debolezza più grande. Da molto tempo mi minaccia. Ma Nives è anche a conoscenza della mia abitudine di documentare su questi quaderni tutto quanto accade a Torbiano. Più volte ha cercato di scoprire dove nascondessi i miei scritti. Ma io fino ad oggi sono sempre riuscito a mantenere intatto il mio segreto. In questo modo posso bloccare un poco la sua rabbia e mantenermi vivo“.
Nel corso di una intera esistenza raramente accade di vivere momenti come quelli che stavo vivendo. Attimi di vita nello stesso tempo misteriosi e magici, durante i quali un uomo riesce a vedere dentro ai luoghi più inaccessibili della propria anima. In questi momenti si materializzano dal nulla volti imbarazzanti. Sguardi cattivi e ostili. Sorrisi rancorosi. Veri amori insospettabili, sempre tenuti nascosti. Oppure squallide parodie di affetti. Questo stato dell’animo era esattamente ciò che stavo provando. Un mondo nuovo, popolato da volti sconosciuti, imbalsamato nelle sue falsità, era apparso come dal nulla davanti ai miei occhi. Un mondo spietato con cui avevo sempre convissuto, senza rendermene conto.
In quell’attimo magico, dentro a una buia canonica, avevo appena scoperto, nascosto dietro alla figura sbiadita di un anziano sacerdote, una maschera fatta di carne di un anonimo, insignificante e contorto prete di campagna.

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