Una scuola elementare dove i bambini ascoltano il maestro a braccia conserte. Dove ogni mattina il docente compie l’ispezione di mani e unghie per verificare la pulizia. Dove durante l’ora di educazione fisica, comandati da un maestro un poco fascista, si sfila in cortile, ordinati per due e si prova già a quell’età “l’ebrezza” di essere in caserma mentre si ascolta il maestro impartire ordini alla “truppa” di fanciulli.
Vi sembra una cosa impossibile o peggio inventata ?
No, è esattamente il tipo di scuola che frequentavo, a Torino, esattamente 60anni fa.
Scuola Elementare statale Giuseppe Allievo.
Alcuni frammenti …
All’entrata del preside, a cui si dava ovviamente del lei, tutti in classe scattavano sull’attenti, impettiti, gli occhi al crocifisso.
Una classe era composta da oltre 20 bambini, tutti con addosso un grembiule , diverso tra maschi e bambine. E avevamo sempre lo stesso maestro per ogni materia.
Durante l’intervallo, in corridoio, “ tenevamo” la destra, non parlavamo e il bidello ci controllava a vista.
Durante la lezione di musica imparavamo a interpretare canzoni patriottiche.
I voti avevano un senso e un valore per la scuola e per le nostre famiglie. Un voto basso significava una punizione certa da parte dei genitori. Per non parlare delle note, una sorta di condanna al pubblico disprezzo.
Poi c’era anche la “carota”.
Ai più meritevoli a fine settimana veniva consegnata una medaglia. Era il riconoscimento per l’impegno e i risultati raggiunti. Ricordo ancora l’orgoglio con cui mi presentai da mia madre mostrando sul petto quel fregio !
Ecco, quella che ho descritto era la mia scuola, il luogo in cui sono cresciuto nei miei primi anni, dove ho imparato a leggere e scrivere e dove avrei dovuto imparare i valori della vita.
Ho raccontato queste cose perché in questi frangenti mi sento davvero di appartenere a un’altra epoca. Una epoca fatta di obblighi, poca attento ai bisogni dei ragazzi anche se molto attenta al fattore apprendimento.
Perché ho descritto quei ricordi ?
Un poco per gioco e un poco perché quando sento parlare del tempo in cui oggi vivo come di un tempo che mostra poca attenzione ai problemi della gioventù, qualche volta mi arrabbio.
