Il prete che non sapeva parlare alla gente durante la Maledizione di Torbiano

Era stato il momento più sofferto della mia vita. Decidere di tornare sui miei passi, su quelle stesse strade che avevo percorso in gioventù, muovendomi a ritroso nel tempo fino a raggiungere il punto esatto da cui ero partito. Sapevo perfettamente che questa scelta mi avrebbe costretto a confrontarmi con un nome di donna. Angela, la mia compagna. La donna con cui avevo trascorso buona parte della mia vita. La sua figura invadente era ancora, nonostante tutto, la padrona indiscussa della mia mente. Ma in quei giorni per la prima volta era accaduto qualcosa di imprevisto. Forse per la prima volta non provavo più nel ricordarla quella forte emozione che ero abituato a provare. Con la sua infinita dolcezza Giada mi aveva fatto capire che poteva esistere per me una vita diversa e un altro modo di volere bene. Iniziavo perfino a domandarmi se ero davvero ancora disposto a consumare la mia esistenza nel ricordo di una donna che un giorno mi aveva abbandonato senza alcun motivo. Giada era completamente diversa da Angela. In tutti questi anni non aveva fatto altro che attendermi. Aveva conservato il rispetto per le nostre ingenue promesse giovanili, trasformando i pochi momenti di intimità vissuti insieme in un qualcosa di veramente speciale, unico e irripetibile.
C’era nel gioco di continui richiami tra me e Angela un luogo simbolico per entrambi che era nello stesso momento malinconico, tormentato e magico. Attorno a questo luogo un tempo erano gravitate tutte le nostre speranze. Quel luogo, così pieno di suggestioni, era la chiesa di Torbiano. Io e Angela eravamo sempre stati legati all’immagine di quella grande costruzione in mattoni rossi che si affacciava su uno dei lati della piazza del paese. La chiesa era ancora oggi affidata allo stesso sacerdote di allora. Don Paolo. Un prete grassoccio, dai modi garbati ma ipocriti, incapace di trasmettere un qualsiasi sentimento di complicità. Con Angela era stato in grande confidenza, fino a diventare per lei una sorta di amico. Io invece lo avevo sempre detestato. Ritenevo Don Paolo un sacerdote che aveva fatto della sua mediocrità uno stile di vita. Non lo avevo mai rispettato e neppure avrei desiderato incontrarlo nuovamente, dopo tutti questi anni. Ma capivo che, se avessi voluto davvero avere notizie di Angela, avrei dovuto per forza confrontarmi con quella presenza invadente e con tutto ciò che quell’uomo rappresentava per me, per Angela e per tutte la gente di Torbiano.

Appena giunto davanti al grande portone, mi resi subito conto di provare un sentimento del tutto nuovo e certamente inaspettato. Mentre ero ancora fermo davanti alla porta di ingresso della chiesa già mi pareva di intuire, nascosto dentro l’ombra lunga degli interni, un luogo di sereno raccoglimento, una sorta di porto sicuro capace di proteggermi dalla tempesta che stavo vivendo. Quel sentimento, che non avevo mai provato prima di allora, rappresentava una ulteriore conferma del fatto che stavo invecchiando e che sentivo il bisogno di aggrapparmi a una qualsiasi sensazione capace di ispirarmi sicurezza. Scostai dunque il pesante tendaggio che delimitava l’ingresso. Nonostante quella sensazione iniziale, l’interno della chiesa mi apparve esattamente come lo ricordavo. Un enorme contenitore di cose, sempre avvolto nella penombra, incapace di trasmettere emozioni, povero di colori , arredato in modo casuale ed anche un po’ disordinato con oggetti di culto dalle forme più disparate. Una lunga teoria di fregi barocchi, dipinti di santi e di oggetti dorati, che finivano per allontanare anziché far nascere una spiritualità di cui quel luogo aveva un disperato bisogno. Una volta entrato nella chiesa fui immediatamente circondato dalle note avvolgenti dell’ave Maria e dalla voce calda e baritonale di un ignoto cantante. Il suono possente dell’organo riempiva di melodia le navate. Poco distante da me una donna posizionava sugli altari laterali piccoli fiori bianchi, muovendosi tra i banchi deserti. Davanti all’altare principale, proprio di fronte al leggio, vidi un uomo ormai anziano, i capelli bianchi che ricadevano su una folta barba capace di nascondere buona parte del volto. Appena i miei occhi si furono abituati alla penombra, capii chi avevo di fronte. Faticavo a riconoscere in quelle fattezze sfigurate dal tempo, dalle rughe profonde e probabilmente dal troppo vino, il giovane prete da poco consacrato che avevo conosciuto per la prima volta quando io ero ancora un ragazzo. Quella immagine mi obbligò a tornare indietro nel tempo, ad alcune giornate passate in sua compagnia, durante una breve vacanza.

Ricordo perfettamente cosa accadde durante due giorni di inverno, trascorsi in una sperduta località delle montagne del Piemonte. La casa destinata a ospitarci era una costruzione isolata, nel centro della valle di Susa, collocata proprio sulla cima di un monte, ad oltre mille metri di altezza. Una villa a due piani dove alcuni amici preti di don Paolo avevano fondato una sorta di comune religiosa. Giungemmo verso mezzanotte di fronte al palazzo, costruito su una spianata che era apparsa improvvisamente, subito dopo alcuni tornanti che la vecchia macchina di don Paolo aveva faticato ad affrontare. La luna piena illuminava quasi a giorno la casa verso cui eravamo diretti. Bussammo all’ingresso, impazienti di trovare riparo dal freddo insopportabile che era calato sulla valle. Dopo un attesa che parve interminabile, comparve sulla porta appena socchiusa, la figura di una ragazza. Ci guardò senza parlare, fissando un punto indefinito oltre le nostre teste, la bocca atteggiata in un sorriso immobile e per certi aspetti inquietante. Fui subito attratto dai suoi occhi. Vuoti, acquosi, fissi. Senza speranza , incapaci di custodire un solo pensiero. Pochi attimi dopo comparve alle sue spalle un uomo dalla statura imponente, già avanti con gli anni , vestito con l’abito talare, che spostò in malo modo la ragazza ferma sulla porta, proponendosi in primo piano
“ Don Paolo. Ti stavamo aspettando con ansia e cominciavamo a essere preoccupati ! “
Si abbracciarono in modo formale, scambiandosi un bacio frettoloso, quasi con ritrosia. Poi l’uomo ci fece strada attraverso un lungo corridoio , avvolto nella penombra, che introduceva a un salone probabilmente utilizzato durante il giorno come refettorio. Un uomo e una donna , seduti in disparte, non sembrarono neppure accorgersi della nostra presenza. Alcuni sacerdoti, nella parte opposta del salone, assistevano silenziosi a una trasmissione televisiva. Tutta la mia attenzione era però dedicata alla misteriosa ragazza, che ci seguiva a pochi passi di distanza, camminando in modo meccanico, come un automa, con uno sguardo fisso e inquietante.
“ Sarete stanchi. Un caffè? “
Il sacerdote amico di don Paolo faceva di tutto per mostrarsi cordiale. Raccolse i nostri cappotti e ci fece accomodare a uno dei molti tavoli liberi. L’atmosfera cupa dei locali che avevamo attraversato, il silenzio opprimente, i volti austeri dei religiosi presenti nella stanza, trasmettevano tutti insieme un sentimento di angoscia che era quasi palpabile. La ragazza intanto si era seduta al nostro tavolo e continuava a fissarmi, il volto posizionato a pochi centimetri dal mio. Il sacerdote che ci aveva accolti si rese conto del mio imbarazzo. Per nulla a disagio la indicò.
“ Lei è Alina. È stata accolta in comunità ormai da alcuni anni “
Poi, dopo essersi accomodato di fronte a noi, continuò
“ Alina è una creatura nata senza una buona parte del cervello. È priva di tutte le più importanti funzioni mentali che normalmente un essere umano possiede. Questo fatto non le ha impedito di crescere e svilupparsi come una qualsiasi altra donna. Ma non ha mai parlato , non ride e non piange. Forse neppure pensa. I suoi genitori non ce la facevano più. Ci hanno chiesto di prenderci cura di lei “
Mi guardai attorno. L’ambiente in cui ci trovavamo appariva spoglio, forse anche un po’ trascurato, come tutto il resto della casa. L’arredamento banale, senza alcuna attenzione per i particolari, era reso ancora più triste dalle poche luci che illuminavano appena alcune zone del grande salone , lasciandone in ombra molte altre. Alcuni quadri di carattere religioso, dai temi più svariati, erano appesi in modo disordinato alle pareti. Ma ciò che maggiormente mi colpì furono i pesanti tendaggi di velluto grigio , montati a tutte le finestre, che di fatto impedivano qualsiasi vista sull’esterno e non lasciavano trasparire nessun suono o immagine. Mi sembrò che gli abitanti di quella casa avessero volontariamente deciso di isolarsi dal mondo esterno.
“ Don Paolo. Hai portato un altro ragazzo “
Il prete davanti a noi sorrideva in modo malizioso, quasi pareva rimproverarlo. don Paolo si limitò ad annuire
“ Un po’ di solitudine e di preghiera può aiutare anche i più giovani . “
Il sacerdote mosse appena gli occhi, atteggiandoli in una smorfia che non riuscii a decifrare. Poco dopo, ancora accompagnati dal solerte sacerdote amico di don Paolo, ci recammo nella nostra camera. Anche in quel luogo, davanti alle finestre , erano stati montati dei pesanti tendaggi scuri che impedivano di osservare il paesaggio all’esterno e nascondevano la luce della luna che altrimenti avrebbe illuminato tutto la stanza.

Non appena rimanemmo soli mi accorsi immediatamente dello strano comportamento di don Paolo. Era diventato disponibile, dolce, quasi remissivo e sorrideva di continuo, sfiorandomi appena con i suoi gesti sinuosi.
“ Mettiti comodo. E scusami se russerò “ cercò di scherzare mentre mi osservava per la prima volta con una strana espressione di complicità “ il tuo letto se vuoi è quello di sinistra “
Sdraiato sulle lenzuola, in pigiama, attesi che don Paolo terminasse le sue orazioni. Subito dopo , già pronto per la notte, pettinato e profumato, si avvicinò al mio letto. I suoi piccoli occhi lampeggianti , socchiusi, sembravano fissare una preda
“ Io faccio da sempre degli studi un po’ particolari “ esordì con una voce impastata, appena sussurrata, che dimostrava tutto il suo imbarazzo “ mi interessano per una ricerca i peli degli uomini “
Indicò i miei genitali.
“ Non tutti gli uomini hanno la stessa peluria, con la stessa forma . Se vuoi posso controllare la tua “
Ora parlava , con una voce innaturale. Sembrava sudato. Allungò la sua piccola mano paffuta verso i miei pantaloni. Mi irrigidii immediatamente e non so come, trovai la forza di contrastarlo
“ Scusa don Paolo, sono proprio stanco. Questa sera vorrei dormire “
Si bloccò immediatamente, guardandosi attorno confuso, come risvegliandosi da un sogno, senza avere il coraggio di incontrare il mio sguardo. Poi sembrò riacquistare il suo abituale controllo
“ Ma certo. Hai proprio ragione.”
Pochi minuti dopo si addormentò russando rumorosamente. Lo osservai impaurito mentre ripensavo al suo goffo tentativo. Avevo finalmente capito a cosa alludessero gli sguardi sfuggenti del sacerdote che ci aveva ricevuto, le sue frasi rimaste a metà. Avevo bisogno di un po’ d’aria o forse, più semplicemente, desideravo fuggire da quel luogo e da quell’uomo. Facendo attenzione a non fare rumore mi affacciai alla finestra del bagno, rimanendo immediatamente abbagliato dal globo lucente della luna e dallo splendido paesaggio che da quella posizione si poteva godere. Sotto di noi scorreva un piccolo ruscello le cui acque si riflettevano nella luce di un lampione posto sulla strada. Fu a quel punto che la vidi . Alina, la ragazza priva di pensieri, era ferma sotto il lampione. I suoi occhi mi osservavano fissi , ma a differenza del nostro primo incontro, sembravano ora animati da un segnale di vita. Erano senza ombra di dubbio occhi costruiti con i pensieri di una donna.

Rimanemmo due intere giornate alloggiati nella casa, alternando esercizi spirituali, in gruppo con gli altri ospiti, a interminabili passeggiate attraverso i sentieri che si addentravano nei boschi circostanti. Durante quelle passeggiate don Paolo cercò discretamente, ma con fastidiosa insistenza, di convincermi a parlare con lui dei miei problemi adolescenziali. Sapeva che stavo vivendo un momento di grande confusione, stretto nella morsa dei miei primi turbamenti. Ma tutto sommato mi parlò ogni volta senza mostrarsi convinto di ciò che diceva, sapendo fin dall’inizio che non sarebbe mai riuscito a scalfire la mia iniziale diffidenza . Il goffo tentativo di coinvolgermi nel suo gioco erotico, aveva infatti creato tra noi una barriera insormontabile, grazie alla quale finalmente riuscivo a vedere il sacerdote nella sua immagine più vera. Quella di un individuo banale, probabilmente un uomo peggiore di altri uomini, del tutto in balia delle sue passioni . Ed io avevo rischiato di essere per una notte la sua preda più ambita.

Don Paolo , fermo sull’altare, le mani giunte sul petto, si accorse finalmente della mia presenza. In un primo momento non mi riconobbe . I suoi occhi rotondi e acquosi si fecero piccoli. Due fessure penetranti. Poi quando si rese conto di chi avesse di fronte, si abbandonò a una esclamazione di stupore
“Sei proprio tu ?
Abbandonò l’altare, raggiungendomi vicino alla porta di ingresso. Non potei fare a meno di notare come il suo passo fosse ancora sicuro, nonostante gli anni e il suo corpo appesantito. Subito dopo aver esaurito i soliti convenevoli ed esserci scambiati un saluto frettoloso, don Paolo si avventurò in un lungo monologo, pieno di rancore e di molte recriminazioni. Si lamentò di essere stato lasciato solo a custodire la sua chiesa , senza alcun aiuto da parte dei parrocchiani. Indicò i banchi dei fedeli attorno, che descrisse sempre vuoti durante tutte le funzioni, perfino durante le messe domenicali. Sottolineò il senso di impotenza e frustrazione che stava provando nel constatare che il paese, anno dopo anno, stava inesorabilmente morendo. Mi accorsi che la mia visita per qualche oscura ragione aveva scatenato in lui una strana reazione. Mi stava in qualche modo usando per dare corpo al disagio che provava per ciò che era stata la sua vita. Lo si poteva percepire da molte cose. Dalle pesanti recriminazioni sull’ingratitudine dei suoi parrocchiani. Dalla foga con cui rimarcava la totale indifferenza dei più giovani verso la sua chiesa. Dalla sua evidente frustrazione. Quando quel fiume di parole e di recriminazioni terminò, sembrò improvvisamente rinchiudersi in se stesso. Evidentemente l’essersi così apertamente svelato, senza più riuscire a nascondersi, lo aveva messo a disagio. Le tonalità dell’Ave Maria intanto risuonavano sempre più maestose, avvolgendo con le loro note i decori dorati dell’altare , le curve complicate delle arcate , riuscendo perfino a stemperare il nostro imbarazzo per esserci incontrati dopo tanti anni di lontananza. L’eco di quella melodia si moltiplicava in modo esponenziale verso le volte della chiesa, addentrandosi poi verso la grande sacrestia ed oltre. Forse a causa della piacevole sensazione offerta dalla voce del tenore stavo provando ancora la stessa percezione di pace interiore che già mi aveva spinto a entrare poco prima nella chiesa. Lo confessai a don Paolo
“ Non so perché ma oggi nella tua chiesa mi sono sentito come a casa “ cercai i suoi occhi, che sembrarono subito stupiti per le mie parole “ essere qui mi ha donato una pace interiore che non provavo da molto tempo.”.
Lui sorrise nuovamente. Un sorriso forzato , da uomo stanco.
“ Come è strana la vita. Tu che hai sempre rifiutato solamente di entrare tra queste mura, ora dici di sentirti come a casa. Io che ho vissuto da sempre in questo luogo ora mi sento fuori posto. “
Parlò con una voce stridula, quasi venata di pianto. Lo sentivo vicino, come non lo avevo mai percepito. Il suo volto colorato di venature rossastre, appariva ora rattrappito, chiuso. I suoi occhi erano diventati tristi. Provai a rincuorarlo.
“ Anche voi preti in fondo potete essere soggetti alle stesse debolezze che affliggono tutti gli altri uomini. Può dunque capitare di avere dei dubbi “
Non mi lasciò terminare.
“ Purtroppo non sono solo dubbi . È qualcosa di più “
C’era sul suo volto una espressione di stupore. Lui stesso non riusciva a convincersi di quanto stava affermando.
“ Oggi vorrei sparire. Ricominciare in una parte diversa del mondo “
Fece una pausa , una delle tante , con il solo scopo di nascondere la sua insicurezza.
“ E non vorrei più ricominciare come prete “
Capivo di avere di fronte un uomo sconfitto dalla sua stessa vita. Don Paolo mi aveva scelto per ammettere ciò che io già avevo capito da tempo. Essere prete era stata probabilmente non una sua scelta consapevole ma una decisione nata da chissà quali sentimenti. Forse la voglia di sentirsi migliore o la necessità di proteggersi da una vita che non amava e che non lo amava. Oppure, più semplicemente, si era trattato di un modo come un altro per tentare di esorcizzare tutte le sue insicurezze.

Con un certo fastidio continuavo a osservare, di fronte a me, il grande altare barocco addobbato con complicate composizioni floreali. I fiori erano sparsi un po’ ovunque : sui banchi, lungo le navate, attorno al perimetro degli altari laterali, sul pavimento per delineare il cammino verso l’uscita. Sentivo sempre la voce possente del tenore che alternava periodi di silenzio a lunghi e complessi vocalizzi. Erano preparativi troppo accurati e in qualche modo fuori luogo, per il contesto in cui ci trovavamo. Lo feci presente a don Paolo.
“ Il tenore, tutti questi fiori, il pavimento tirato a lucido come non lo avevo mai visto. Questa chiesa non mi sembra più la stessa.”
Don Paolo scosse la testa , con quella malinconica cadenza, che avevo scoperto poco prima nelle sue parole ed ora anche nei suoi gesti.
“ Loro hanno voluto che tutto fosse perfetto “ indicò stranamente fuori dalla chiesa , come a delimitare un confine ben netto tra noi due e il resto del paese “ probabilmente per questo matrimonio è giusto così. “
Si ritrasse in se stesso, teso in ogni parte del suo volto e del suo corpo.
“Sono felice per gli sposi “ abbozzai un sorriso di circostanza, forzato “ ma spero che questo matrimonio non sia un fallimento come lo è stato invece il mio“
Continuai a parlargli in modo sprezzante.
“ Questi preparativi mi sembrano eccessivi. “
La mia polemica voleva fare risaltare ancora di più come io disapprovassi quell’inutile sfarzo. Don Paolo ascoltandomi sospirò pesantemente. Inumidì meccanicamente le labbra, mentre le sue mani tornarono a tremare. Stava cercando di prendere tempo per evitare di rispondermi. Poi finalmente si decise a parlare.
“ Entrambi gli sposi abitano in paese “
Ancora una volta sottolineò la distanza tra la propria persona e i futuri sposi, quasi escludendoli dal suo mondo. C’era nascosta in quelle parole e in ogni suo gesto una venatura di rabbia insieme con la evidente volontà di nascondermi qualche particolare che intuivo essere estremamente importante.
“ Vorrei capire chi sono queste persone “
Lo strano atteggiamento di don Paolo mi aveva infastidito fin dall’inizio. Non riuscivo a comprendere per quale motivo rifiutasse di rivelarmi i nomi degli sposi. Di fronte al suo silenzio ostinato non riuscii più a trattenermi.
“ Dunque non vuoi dirmi nulla. Perché hai così paura di quei nomi ? “
Il tono irritato che avevo volutamente usato colpì nel segno. Messo in imbarazzo dai miei modi aggressivi , don Paolo dimostrò una tristezza devastante.
“ Sei davvero sicuro di voler sapere ? “
Abbassò gli occhi, liberando un filo di voce, malsicura e tremante . Io annuii , ancora più convinto e sempre più deciso ad andare fino in fondo.
“ Domenica mattina, in questa chiesa , dovrò celebrare il matrimonio tra Giada e Nives. Tutti questi preparativi sono solamente per loro.“
Proseguì subito dopo
“ È stata una decisione improvvisa, senza una qualsiasi logica, che non mi aspettavo e che non condivido. Ma hanno insistito perché tutto fosse pronto in poco tempo. “

Certamente don Paolo si era accorto della mia espressione prima stupita e subito dopo rabbiosa. Ma continuò a parlare, senza preoccuparsi di cosa stavo provando. Si mostrò ancora più determinato, scandendo ad una ad una tutte le parole, con una voce potente e per la prima volta sicura.
“ Ho cercato in tutti i modi di difenderti. Volevo evitarti questo dolore poiché sono sicuro che vivrai il matrimonio di Giada e Nives come una insopportabile offesa personale. “
Don Paolo aveva ragione. Mi sentivo offeso e umiliato da quanto avevo appena scoperto.
“ Non avresti mai dovuto tornare in questo paese maledetto da Dio, per nessuna ragione al mondo. Ora è troppo tardi per ripensarci. Dovrai accettare questa sconfitta e anche quelle che verranno.“
Quelle parole mostravano una cattiveria inaudita che però rispecchiava fedelmente la terribile realtà in cui mi trovavo a vivere. Con una franchezza irrituale don Paolo stava raccontando in modo fin troppo diretto la sua verità. Ancora non sapevo che il mio futuro, quel futuro che avevo sognato di ricreare nel momento stesso in cui ero tornato a Torbiano, mi avrebbe ben presto privato, senza alcuna possibilità di appello, di ogni residua speranza di riscatto.

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